Antonio Paolucci, ex ministro ora a capo dei Musei Vaticani ROMA . «Sì, è vero. Nei musei italiani la conservazione delle opere diventa troppe volte un'emergenza. Ma garantire alle opere condizioni ottimali di temperatura e umidità non è facile, perché spesso i musei sono edifici storici, antichi e vincolati. E ricorrere a impianti e tecnologie di ultima generazione è complesso e molto costoso». Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani ed ex ministro dei Beni culturali, ha più volte dovuto affrontare il problema. L'ultima proprio in questi mesi, in cui sono in corso i lavori per i nuovi impianti di climatizzazione e di illuminazione nella Cappella Sistina. L'ultimo guasto che rischia di mettere a repentaglio lo stato di conservazione di capolavori d'arte assoluti in Italia è quello dell'impianto di climatizzazione della Galleria Borghese. «È un problema che conosco bene perché lo avevamo spesso anche agli Uffizi, a Firenze, quando ero direttore. L'impianto a volte non funzionava e i custodi aprivano le finestre, anche per far fronte al grande afflusso di visitatori. Che già di per sé alla lunga comporta rischi per la conservazione delle opere». Come mai? «Perché il pubblico porta con sé anidride carbonica, polveri e umidità. E il problema principale dei grandi musei italiani è che sono esposti a una pressione antropica imponente, allo stress dei grandi numeri. Per questo stiamo intervenendo sulla Cappella Sistina, che nei periodi di punta arriva a ospitare 20 mila visitatori al giorno, grazie al mecenatismo di una multinazionale americana specializzata in climatizzazione». La mancanza di manutenzione è più una questione di soldi o di volontà? «Dipende dai casi. Sicuramente le soluzioni tecniche per adeguare edifici storici esistono. Ma si tratta di operazioni molto delicate, complesse e, soprattutto, costose». ( s. g.)