Dodici esperti a confronto. «Musei, dovete uscire dalla torre d'avorio» TRENTO Ormai la definizione è ricorrente. «La nostra è la società della conoscenza» si dice con insistenza, riferendosi a quel bene immateriale, ovvero l'informazione, che attraversa il nostro tempo. Se in pochi decenni tutto è cambiato, la domanda è quasi inevitabile: cosa accadrà in futuro? Ancora: quale spazio ci sarà per la cultura e la scienza? Quale il loro ruolo? L'appetito dei curiosi ieri è stato sfamato. Ospiti dell'evento TedX Le Albere, in agenda al Muse, dodici relatori (in diciotto minuti ciascuno) hanno tracciato le rotte del domani con una consapevolezza, sintetizzata da Stefano Mazzotti, direttore del Museo di storia naturale di Ferrara: «La conoscenza è e sarà il motore dello sviluppo e dell'innovazione». Il sistema va però tarato. Musei, enti, istituzioni artistiche e culturali devono cambiare paradigma e Andrea Bandelli suggerisce tre mosse: coinvolgere il pubblico, ammettere gli errori per migliorarsi di continuo, smettere d'essere rinchiusi in una torre d'avorio. Il risultato è presto detto: generare una società in cui la cultura è pervasiva e invasiva al tempo stesso, diventando così motore di crescita. Economica, certo, ma soprattutto sociale. La formula Lo slogan dice tutto: «Idee che meritano di essere condivise». Dietro al motto c'è un'intera filosofia. C'è Ted, per la precisione. Ovvero un'organizzazione non governativa che dal 1984 si pone un obiettivo semplice solo in apparenza: divulgare pensieri, dare voce e microfono a chi tenta d'innovare l'oggi. Bill Gates, Roger Ebert, Isabel Allende, Gordon Brown: tra gli annuari delle conferenze Ted ci sono volti noti, notissimi. L'esercizio di condivisione col tempo s'è fatto virale, tanto da replicarsi più e più volte. Risultato: anche Trento ha sperimentato il paradigma importando Tedx, un evento indipendente ma ispirato alla formula originale. Dallo spunto di un tema (ovvero «La cultura del futuro») 12 relatori in meno di 18 minuti ciascuno hanno cercato così di aprire uno spiraglio sul domani. Modelli da rivedere Tutto ciò, ovviamente, partendo dal presente. «Ovvero dalla crisi in cui siamo immersi ha esordito Carlo Testini, coordinatore nazionale delle politiche culturali di Arci e specializzato in fund raising Non solo economica, ma di sistema: il mondo non regge più il modello opulento costruito nel tempo e deve trovare un nuovo paradigma». Tradotto: passare da «un modello segnato da concorrenza e individualismo» a un altro «segnato da cooperazione e condivisione». «L'arte sta cambiando ha spiegato Testini e ha compreso il ruolo che può assumere nello sviluppo della città condividendo progetti mirati con i cittadini». Il caso dell'ex fabbrica Fiorucci di Roma è sintomatico. Quegli spazi abbandonati, successivamente occupati da migranti, sono diventati laboratorio. I clochard che abitavano lo stabile, grazie all'idea di Gian Maria Tosatti, un giovane artista della capitale, hanno realizzato concretamente un'opera: un telescopio per fissare la luna. «È così ha ribadito Testini che i processi culturali e artistici stanno cambiando, nel segno della condivisione». Crescita sociale Per un museo, la sfida è ancora maggiore. «Mai come oggi, i musei devono diventare opportunità di crescita, sociale ed economica» ha ribadito Stefano Mazzotti, direttore del Museo di storia naturale di Ferrara. Del resto, la cultura ha insistito Mazzotti «è il motore dell'innovazione». Un onere tutt'altro che lieve. «L'utopia del secolo scorso, ovvero democratizzare la cultura, non s'è avverata» ha spiegato Alessandro Bollo, docente, fondatore e promotore della Fondazione Fitzcarraldo, attiva nel settore dell'economia delle attività culturali. «L'innovazione, per favorire sviluppo sociale, è quanto mai vitale ma, allora, dobbiamo favorire la partecipazione alla cultura». I dati, del resto, non sono incoraggianti: musei, teatri e biblioteche lamentano un'emorragia di visitatori e spettatori. Cosa cambiare Come fare per adeguare le istituzioni culturali al nostro tempo e attrezzarle al futuro? Tre mosse, per esempio, le ha indicate Andrea Bandelli, studioso di comunicazione della scienza. «La prima sfida riguarda il ruolo del pubblico e la necessità di coinvolgerlo ha premesso I cittadini possiedono le competenze per far progredire la ricerca, non possono vagare nei musei come dei semplici pellegrini». L'obiettivo è rendere interattive e permeabili le conoscenze, creare occasioni di scambio e arricchimento reciproco. Ancora: «La seconda sfida che musei e istituzioni dovrebbero vincere riguarda la capacità di sbagliare: senza errori non c'è evoluzione e non c'è innovazione». Detto altrimenti, prendendo a prestito un motto famoso nella silicon valley: «Fail early, fail often», ovvero sbaglia presto e sbaglia spesso. Ultimo accorgimento: «I musei non devono diventare torri d'avorio, ma aprirsi alle collaborazioni». C'è un ingrediente, a detta di Bandelli, che non può mancare: l'umiltà. Un valore spesso bistrattato quanto necessario per cambiare, adattare e aggiornare prassi rivedibili (e migliorabili).