Reperti preziosi in dialogo con l'Europa Pitoti uber alles. «La Valle Camonica, con le sue incisioni rupestri, può competere con siti archeologici più celebrati, come le grotte di Altamira o quelle di Lascaux». Una sbruffonata da bar Sport? No, parola di Francesca Barracciu, sottosegretario al ministero dei Beni culturali, che ieri pomeriggio, a Capo di Ponte, ha tagliato il nastro del neonato MuPre, il museo nazionale della preistoria della Valle Camonica. «La stazione di partenza del "museo esteso" delle incisioni rupestri», come lo definisce Raffaella Poggiani Keller, ex Soprintendente ai Beni archeologici della Lombardia e per anni instancabile sostenitrice del museo. Parto difficile, quello del MuPre (che sarà aperto tutto l'anno, dal lunedì al sabato, dalle 14 alle 19; ingresso 4 euro, ridotti 2 euro). La prima idea risale al 1989. L'edificio dove collocarlo (la settecentesca Villa Agostani, un tempo seminario vescovile e oggi di proprietà della Parrocchia di Capo di Ponte) fu scelto nel 1996; la ristrutturazione, iniziata l'anno dopo, è durata 12 anni. Poi, dal 2010 a oggi, si è lavorato all'allestimento. Investimento totale: circa 2,5 milioni di euro. Il risultato sono due piani espositivi, per un totale di 1.319 metri quadrati, più uno dedicato a biblioteca, archivio, uffici, sala per mostre e conferenze e depositi. Ma cosa c'è, dentro al MuPre? Il piano terra è dedicato a quella che, secondo la Poggiani Keller, è la vera peculiarità archeologica della zona: i santuari megalitici dell'Età del Rame, con le loro stele e menhir istoriati. Ne sono esposti una cinquantina. «Avevano senz'altro a che fare con il culto del sole spiega la Poggiani Keller . Anche perché erano sempre disposti in file con direzione nord-sud e le facce istoriate rivolte ad est, dove il sole sorge. Del resto, il motivo del sole ricorre spesso nelle incisioni». Questo patrimonio di megaliti consentirà di mettere i rete il MuPre con altri musei che custodiscono reperti simili: quello di Bolzano (sì, quello della mummia del Similaun), quello di Riva del Garda, con le stele di Arco e quello di St. Martin de Corléans, in Valle d'Aosta, che aprirà nel 2015. Nell'altro piano espositivo, un grande salone con il soffitto a capriate, l'idea è invece quella di offrire, attraverso i reperti archeologici (frutto spesso di scoperte casuali, tipo la casa-tesoro di Temù-Desert), uno spaccato di come vivessero gli autori delle incisioni: i camuni. Le teche sono quindi raggruppate per temi: si parte dalle abitazioni (a partire dalla capanna di 13 mila anni fa ritrovata in riva all'Oglio a Cividate Camuno), si passa agli insediamenti; quindi i luoghi di lavoro (come la miniera di Campolungo a Bienno o quella del Dos Curù di Cevo, a duemila metri d'altezza); i commerci e gli scambi, le sepolture e, infine, i luoghi di culto, come quello ritrovato in località Le Sante a Capo di Ponte. Tra le chicche, i «boccali tipo Breno», diffusi dalle Giudicarie alla Valtellina, un simulacro d'ascia in pietra dell'antica età del Bronzo e un'epigrafe in alfabeto camuno, rinvenuta a Cevo. A proposito: una delle installazioni multimediali del museo consente di scrivere e stampare il proprio nome in caratteri camuni (abbiamo visto due bimbe esibirlo orgogliosissime su foglio di carta: a qualche adulto verrà voglia di farselo tatuare, scommettiamo?). La speranza di tutti è che il nuovo museo sia un trampolino di lancio, o meglio di rilancio, per l'intera valle. «Siamo convinti che, attraverso la cultura, sia possibile la riconversione economica di un territorio che, come altri, ha sofferto la crisi industriale dice ancora la Barracciu Questo è un luogo di cultura patrimonio non solo di questo territorio, ma di tutta l'Italia». «Un tassello essenziale per la valorizzazione del Sito Unesco delle incisioni rupestri» le ha fatto eco il nuovo Soprintendente lombardo ai Beni archeologici Filippo Maria Gambari, che ha anche ricordato quando, quarant'anni fa, venne come universitario a studiare le incisioni al Centro camuno di studi preistorici: «Ora, però, serve uno sforzo comune per creare spazi per i giovani ricercatori». «Di musei ne ho inaugurati tanti, ma raramente ho trovato un'accoglienza così calda» ha aggiunto Caterina Bon Valsassina, direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici della Lombardia, rivolta alle oltre duecento persone che l'ascoltavano. «È davvero una bella cosa che i nostri paesini siano riusciti a mettersi assieme per avere un museo così» dice una signora all'uscita. Gli eredi del popolo dei pitoti l'hanno capito: l'unione fa la forza. Ad Altamira e Lascaux sono avvisati.