Polemica dall'America: capolavori nel dimenticatoio. L'inchiesta Del New York Times : "Così le nostre opere sono passate dagli occhi di milioni di visitatori a quelli di sparute scolaresche" Roma, 7 maggio 2014 - CONTESI, pretesi. A volte, restituiti. Ma che fine fanno questi capolavori "espatriati" abusivamente e recuperati dopo trattative diplomatiche lunghe anni? Se lo sono chiesti al "New York Times", che ha commissionato un'inchiesta alla ex corrispondente da Roma, Rachel Donadio, rimasta in Europa come "plenipotenziaria" del quotidiano per la cultura. «Alcuni oggetti resi con grande fanfara hanno acquistato maggior significato una volta riportati nei Paesi di origine, altre volte però, svanito il trionfalismo, sono caduti vittima di benevolo abbandono, o non sempre sono facilmente raggiungibili», scrive la Donadio nel suo articolo, un tantino sbilanciato pro States. GIÀ, PERCHÉ se è vero che la Venere di Morgantina e il Cratere di Eufronio (restituiti all'Italia rispettivamente dal Getty Museum di Los Angeles nel 2011 e dal Metropolitan di New York nel 2008) sono passati dagli occhi di milioni di visitatori negli Usa a quelli di sparute scolaresche, è sacrosanto che nel loro contesto originario le opere riacquistino un duplice valore: dare un forte impulso economico alla zona che oggi li ospita, il primo, e rimotivare chi ci vive, con un'iniezione di orgoglio nazionale. Almeno così la pensano molti storici dell'arte italiani. Stando al "New York Times" che - dopo anni trascorsi a seguire le controversie sul tema dei rimpatri spesso prendendo le parti dell'Italia e di altre nazioni vittime dei tombaroli - ha spedito la giornalista a verificare cosa sia successo alle opere al centro delle polemiche, «il rimedio potrebbe esser stato peggiore del male». Il viaggio parte da Aidone (Enna, Sicilia) che ospita la Venere di Morgantina: «L'anno scorso l'hanno vista 26mila persone contro le 400mila passate attraverso la villa Getty nel 2010, l'ultimo anno della statua in California», scrive Rachel Donadio, secondo la quale uno dei problemi del piccolo museo siciliano risiede nella sua difficoltosa accessibilità. E rincara la dose: «Nota per la corruzione, la Sicilia non ha reti di trasporto affidabili. Molte strade locali a volte sono chiuse». MAGGIORE fortuna spetterebbe al Cratere di Eufronio, orgoglio del Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma (ora esposto al Quirinale, in attesa di partire a fine settembre per un "soggiorno" a Cerveteri, nel cuore dell'Etruria meridionale), dopo il lungo braccio di ferro con il Metropolitan che lo aveva acquistato nel 1972 da un mercante d'arte. Il vaso, scavato l'anno prima da tombaroli nella necropoli di Cerveteri, «al Met era stato visto da milioni di visitatori», chiosa la Donadio, mentre nella Capitale italiana si trova «semi-abbandonato in una teca di vetro, visitato da qualche scolaresca e pochi turisti» e illustrato da didascalie tradotte in uno scarso inglese». «Noi abbiamo generalmente 90mila visitatori l'anno - la replica del museo Romano -, ma attualmente il Cratere si trova al Quirinale. E lì il pubblico non manca». Letizia Cini
Capolavori finiti nell'ombra: il caso dell'arte restituita
Il "New York Times" ha commissionato un'inchiesta sulla fine dei capolavori d'arte "espatriati" dagli Stati Uniti e recuperati dalle loro nazioni di origine. La giornalista Rachel Donadio ha seguito le controversie sul tema e ha scoperto che alcuni oggetti hanno perso il loro significato una volta riportati nei Paesi di origine. Ad esempio, la Venere di Morgantina è stata vista da 26mila persone l'anno scorso a Aidone, in Sicilia, contro le 400mila che la vedevano al Getty Museum di Los Angeles. Altri oggetti, come il Cratere di Eufronio, sono stati visti da milioni di visitatori negli Stati Uniti, ma sono stati restituiti in Italia e ora sono semi-abbandonati.
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