La chiusura del Colosseo il primo maggio è uno schiaffo ai nostri ospiti. È bene chiamarli così, perché questo sono: ospiti, non «turisti». Sembrano persone che nulla hanno da pretendere, senza alcun diritto e del tutto trascurabili. La domanda è semplicissima: può la capitale turistica d'Italia tenere chiuso il suo monumento più importante, il più visitato del Paese, il giorno di massima presenza dei nostri ospiti? C'è un modo migliore per onorare una festa? E poi cosa dire di quei romani, lavoratori anch'essi, magari non del centro storico, che vorrebbero visitare il Colosseo con la famiglia, approfittando del loro giorno di festa? Non è solo una questione di ospitalità, ma di rispetto di chi ricopre incarichi pubblici verso la cittadinanza e verso i nostri ospiti. La legge concede uno status speciale a chi lavora nel mondo pubblico ed esercita funzioni pubbliche e questo status deriva proprio dalla finalità pubblica delle loro funzioni. Perché chi lavora al Colosseo non sente il dovere di assumere la primazia dell'interesse pubblico? Non è interesse pubblico tenere aperto il monumento più famoso d'Italia nella città turistica più importante? La risposta ha una faccia «minimalista»: manca il personale. Non si capisce perché, ad esempio, i laureati in storia dell'arte non possano essere usati, magari con un'apposita lista, proprio in queste occasioni. Perché arriviamo all'assurdo di avere persone che vogliono visitare il Colosseo (eccesso di domanda), persone che vogliono lavorare per tenerlo aperto (eccesso di offerta di lavoro), con maggiori incassi per lo Stato, e i due eccessi positivi (una magia di questi tempi) non si possono incontrare, solo perché «le regole non lo permettono»? E poi non sarebbe bello, per chi non ha per nulla un lavoro, festeggiare il primo maggio lavorando? Non pare assurdo che, tra i tanti mercati che sono in difficoltà, se ce n'è uno, come quello turistico, che va bene, anziché favorirlo, lo si ostacola? Come si combina la protesta contro le scarse risorse destinate alla cultura, con l'impedimento a che queste risorse crescano, proprio grazie all'apporto dei visitatori? È possibile che alla cultura si applichino esattamente gli stessi regolamenti applicati a qualunque servizio della pubblica amministrazione? Se cambiano i comportamenti e le abitudini degli utenti, non sarebbe meglio cambiare le regole, piuttosto che pretendere che siano gli utenti ad adeguarsi a regole sbagliate? Che importa però alle spietate e insensate regole della pubblica amministrazione se il mondo cambia, se la gente usa internet, se ha il piacere di vedere il Colosseo «sotto un manto di stelle», se si aspetta un'accoglienza con il sorriso? Sembriamo imprigionati nelle nostre stesse regole, immobilizzati nella nostra stessa postura, ragni che costruiscono da sé medesimi la loro gabbia. Mentre il mondo, un passo da qui, respira all'aria aperta, inventa nuove forme di comunicazione, nuove forme di vendita dei prodotti, nuove concezioni del consumo. La cultura, un passo da qui, è una grande festa civile, popolare, felice. Da quant'è che non sorridiamo più?
Colosseo e I maggio. Porte chiuse ai turisti
Il Colosseo è stato chiuso il primo maggio, il giorno di massima presenza dei turisti, senza alcun motivo apparente. La chiusura è stata vista come uno schiaffo ai turisti, che sembrano essere trattati come ospiti trascurabili. La domanda è se la capitale turistica d'Italia possa tenere chiuso il suo monumento più importante, il più visitato del Paese. La legge concede uno status speciale a chi lavora nel mondo pubblico ed esercita funzioni pubbliche, ma non si capisce perché i lavoratori al Colosseo non sentono il dovere di assumere la primazia dell'interesse pubblico. La chiusura del Colosseo è stata vista come un esempio di come le regole non si adattino alle esigenze della realtà.
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