Salone del libro 2014 08052014 - intervista Il ministro Franceschini: "Gli Uffizi non sono il Louvre ma dobbiamo imparare a far rendere la nostra vera ricchezza.Abbiamo un ritardo da recuperare" ANSA Il ministro Franceschini l'altro giorno ha letto sulla Stampa che Louvre e British Museum fanno affari nel mondo mentre i nostri musei galleggiano tra i soliti mille problemi e si è un po' risentito: «Ma come, sono stato da poco agli Uffizi e sono meravigliosi, nuove sale, nuovi percorsi, un mare di gente. Perché i giornali nascondono sempre le buone notizie?». Ma signor ministro della Cultura, abbiamo scoperto che per il solo fatto di consentire ad Abu Dhabi di utilizzare il sigillo «Louvre» il museo parigino incasserà 400 milioni e ci siamo chiesti: perché non siamo capaci anche noi a far rendere il brand «Uffizi», per esempio? «Tutto condivisibile, quello che non mi piace è che poi si finisce sempre nell'autolesionismo». Ma non è vero? «Io sono il primo a essere convinto che abbiamo perso più di qualche decennio, in cui i governi che si sono succeduti, al di là del colore - ma pur con molte differenze, perché un conto è dire che con la cultura non si mangia, un altro conto è non investirci per niente -, non hanno creduto e investito nell'unica carta della competizione globale che abbiamo in natura: il nostro patrimonio di cultura e bellezza. Camminiamo su un tappeto di pepite d'oro senza accorgercene. Cosa vuole che le dica, dobbiamo recuperare questo ritardo, la sfida non è sfida mia, ma è il tema centrale di questo governo in cui lo stesso Renzi crede. D'altra parte uno che ha fatto il sindaco a Firenze non può non crederci». Dunque abbiamo fatto bene a denunciarlo? «Chapeau al Louvre, ma non si può paragonare sul numero dei visitatori agli Uffizi dei quali è dodici volte più grande, il sistema è diverso, quello è il grande museo francese, noi abbiamo un sistema di musei, città d'arte, borghi E poi ho letto di polemiche perché gli Uffizi erano chiusi il primo maggio. Ma lo sapete che era chiuso anche il Louvre?». Va bene. Ma perché, dato che gli Uffizi sono un'eccellenza nel mondo con un'immagine che certamente regge il confronto con il Louvre, non esiste un'idea di creazione, diffusione, valorizzazione di un «brand Uffizi»? «Assolutamente, è vero, ma non insistiamo sul paragone, l'investimento che va fatto è sul sistema-paese. Lavoriamo con ottimismo. Noi siamo prontissimi a denunciare le cose che non vanno, i francesi sono orgogliosi del loro patrimonio. Se io dico che a Pasqua Pompei ha avuto il 31 di visitatori in più rispetto all'anno scorso, nessuno lo scrive». Ecco, ma proprio a proposito di Pompei abbiamo denunciato il paradosso più beffardo: mentre il sito archeologico ha tutti i problemi che sappiamo, il British Museum ha trasformato in business la mostra realizzata con i reperti che noi teniamo in magazzino. Non solo è stata la terza esposizione più vista nella storia del museo, ma ci hanno pure realizzato un film costato appena centomila euro e venduto in 51 Paesi nel mondo. Non potevamo farlo noi? «È quello che stiamo dicendo. Che il sistema italiano deve contestualmente tutelarsi e valorizzarsi. Come agli Uffizi abbiamo aperto sale nuove e esposto opere tolte dai magazzini, a Pompei, che viene rappresentata come un luogo devastato, abbiamo aperto due nuove domus. Certo ci sono ritardi di decenni da colmare, ma quello che vorrei passasse nella politica è la convinzione che questo è il settore trainante, che la nostra vocazione deve essere questa. Siamo il quinto Paese nel mondo per numero di turisti e il primo in quanto a desiderio». E invece com'è la situazione? «Terribile, bisogna dirlo: l'85 dei turisti stranieri che arrivano a Roma si fermano qui e non vanno a Sud. Ho i dati 2012 del confronto Sicilia-Baleari e fa spavento: 3,7 milioni di notti in albergo contro 41,2 milioni, 223 voli charter settimanali contro 17. Bisogna applicare in tutt'Italia l'esperimento di Torino, riuscitissimo: da città industriale a città guida per offerta culturale e turistica». Qualche idea sull'offerta culturale? «Trasferire il know-how che abbiamo per le grandi mostre nella valorizzazione del patrimonio permanente. Ci sono esperienze come quella di Ercolano che ha funzionato bene. Bisogna fare in fretta». Le cose su cui lei sta lavorando concretamente, evitando - per cortesia - l'effetto annuncio. «Incentivi fiscali per aiutare il sostegno privato al patrimonio pubblico. Cambiare la governance del turismo: già siamo piccoli rispetto all'Europa, se andiamo in ordine sparso perdiamo. Quindi l'offerta va fatta come sistema-paese. Anticipiamo la riforma del titolo quinto della Costituzione: basta stand delle singole regioni all'estero. Un grande investimento su digitalizzazione dell'offerta culturale e turistica sia privata sia pubblica. Portali pubblici e digitalizzazione. Aiuti alle start-up per valorizzare la capacità creativa dei giovani in cultura e turismo». Lei sarà a Torino oggi a inaugurare il Salone del libro. Come si incrocia tutto quello che abbiamo detto con la crisi della lettura e dell'editoria? «Investendo. L'Italia è stata forte nel mondo quando ha saputo investire sui suoi talenti, dal Rinascimento in poi. Valorizzare la creatività italiana, creare un rapporto stretto tra i ministeri di cultura, università e ricerca scientifica. Investiamo nell'arte contemporanea, nella quale siamo fortissimi all'estero, meno in patria. Riportiamo i giovani ai libri dopo anni di bombardamento tv». Facile a dirsi, meno a farsi. Il Salone e i grandi festival sono pieni di gente e di giovani, ma i dati dicono che si legge sempre di meno. Come si fa? «Ho nominato Romano Montroni, praticamente il più grande libraio d'Italia, alla guida del Centro per il libro e la lettura. La legge sul libro prevedeva una verifica e la faremo. Promozioni sì, no, come: gli editori sono divisi, discutiamone. Ma il problema non sono gli incentivi, il problema è creare nuovi lettori. Un lavoro a medio-lungo termine, senza illusioni. Io ci metto tutta la mia passione».