E' in arrivo il preparatore atletico della cultura, detto manager.Come se non si fosse già passati dalla fallimentare esperienza di Resca. Ma in Italia vige la legge del «falling up» ovvero del cadere in alto. Più qualcosa o qualcuno fallisce più lo si porta in alto nella piramide del potere. Ultimo triste esempio la nomina di Beatrice Buscaroli, co-curatrice insieme a Luca Beatrice di un orribile padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2009, a membro del consiglio superiore dei Beni Culturali da parte del Ministro Franceschini. La quota rosa è diventata il lasciapassare per scelte di bassa qualità. E vabbè! Ma ora arrivano i manager. Ieri su questo giornale si è detto contrario all'idea o alla trovata Salvatore Settis, storico, che chiaramente difende la sua categoria ma non senza ragioni. A favore invece l'eterno rampante Davide Rampello che del managerialismo ha fatto un suo cavallo di battaglia. Rampello parla molto di esperienza culturale mentre Settis crede nel contenuto della cultura. L'archeologo ama una cultura stracotto, molto saporita, molto cucinata a volte un po' pesante da digerire ma sempre di grande soddisfazione. Rampello invece invoca la cultura molecolare quella dove il contenuto diventa leggero e a poco a poco si trasforma in qualcosa di altro, puro divertimento, poco sapore. Ma non è che i fatti gli diano molta ragione. Palazzo Strozzi ad esempio dove il direttore è più un rampelliano che un settista non ha portato i risultati sperati in una piazza come Firenze dove ci si aspetterebbe di avere qualche mostra in cima alle classifiche per numero di visitatori. Invece il palinsesto dell'istituzione fiorentina galleggia nella parte bassa della classifica. Forse la gente per divertirsi preferisce andare al parco o magari al cinema o al mare mentre al museo vuole si svagarsi ma anche conoscere qualcosa di nuovo, con qualche aiutino ma non con didascalie accanto ai quadri più grandi dei quadri stessi. Settis prende un esempio molto buono per contrastare il rampellismo, il Metropolitan Museum di New York, un luogo popolarissimo con milioni di visitatori l'anno ma senza aver dovuto rinunciare al contenuto e alla dignità espositiva dei suoi tantissimi capolavori. Il Museo dovrebbe offrire gli strumenti per comprendere le opere, dalle audioguide ai cataloghi alle opportunità didattiche, ma non imporle bullescamente con installazioni imbarazzanti e inutilmente teatrali. Chi vuole andare a vedere e scoprire un quadro per conto suo dovrebbe averne la possibilità. Il Metropolitan ricorda Settis è diretto da uno storico dell'arte che è anche l'amministratore delegato coadiuvato da responsabili economici ed amministrativi ai quali mai verrebbe in mente di sostituirsi nella programmazione o nella presentazione delle mostre al direttore e ai suoi curatori. Amministrare un museo non significa far solo cassa ma anche creare le condizioni ideali per il godimento dell'arte che contiene. In Italia non si fa altro che parlare di numeri e spettacolo. Ma anche quando i numeri e lo spettacolo ci danno torto, vedi appunto Palazzo Strozzi, si continua a parlare della necessità di manager e di diretttori alla Barnum, quello del circo, gli stessi invocati e rappresentati da Rampello. Ma se organizzare un Carnevale, cosa che Rampello ha fatto egregiamente a Venezia, è una cosa, organizzare un istituzione museale o un sito archeologico è ben diverso. Nelle sale di un museo, a differenza delle calli veneziane, la visibilità deve cedere un po' di spazio, anzi molto, alla credibilità. Vedere cose incredibili ma non credibili alla fine stufa pure il più ignorante dei passanti. Non tutta l'arte, per nostra fortuna, deve competere con la balena più lunga del mondo.
Corriere della Sera
4 Maggio 2014
L'arte, i manager e l'esempio di New York
FR
Francesco Bonami
Corriere della Sera
Il testo discute la presenza dei manager nella cultura italiana, considerati come preparatori atletici della cultura. Si citano come esempi la nomina di Beatrice Buscaroli al consiglio superiore dei Beni Culturali e la gestione del Palazzo Strozzi a Firenze. L'archeologo Salvatore Settis difende la cultura molecolare, dove il contenuto diventa leggero e divertente, mentre Davide Rampello invoca la cultura molecolare. Tuttavia, il testo sostiene che i fatti non sostengono le ragioni di Rampello, poiché il Palazzo Strozzi non ha portato i risultati sperati.
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