Che differenza esiste tra un dirigente e un manager? Nessuna dal punto di vista linguistico. Ma nel parlare corrente il manager ha acquisito un valore diverso: una specie di presenza brillante, innovativa, legata soprattutto al modo privato di concepire le gestioni. Il dirigente invece si è visto attribuire un marchio più burocratico, pedante e poco innovativo. Ma la questione non è meramente semantica. Una delle proposte contenute nella revisione della macchina burocratica italiana è proprio su questo punto, specie nel campo della cultura dove si vuole introdurre la figura di un «manager», dedito soprattutto alla valorizzazione del patrimonio. Sempre che ci si metta d'accordo sul significato di questa parola. Giusto un esempio: per alcuni anni si è parlato di valorizzazione di beni pubblici, intendendo l'idea, poi realizzata, di venderli. Certo non è il caso degli Uffizi o di Pompei, ma solo per mostrare come le parole possano ingannare o essere equivocate. Ragionevoli, per esempio, sono gli accorpamenti delle soprintendenze per ridurre spese ripetitive e sprechi di denaro (che è sempre meno). Ma il punto, prima ancora della organizzazione, è rappresentato dai fini. Quali sono gli obiettivi del gigantesco patrimonio culturale? Conservare? Produrre più cultura? Più turismo? Più denaro? Tutto insieme? E con quale priorità gerarchica? La qualità dei nostri soprintendenti non è in discussione, anche se ovviamente, per natura del loro lavoro e passione (non lo fanno certo per denaro), hanno una attenzione spasmodica per la conservazione (fisica e non solo) delle opere d'arte. E questo spesso ha prodotto difficoltà a un «impiego» meno conservativo delle opere stesse. Con il manager tutto ciò cambierà? Prima comunque occorre che gli azionisti proprietari diano al manager le direttive sugli obiettivi da raggiungere. Che nel caso di beni pubblici non è solo il dividendo materiale per gli azionisti. L'idea del manager è buona a portare idee fresche e innovazione in un settore che ha perso ultimamente migliaia di addetti. Ma la tutela? La progettazione? Le acquisizioni? Di chi saranno competenza? E le alleanze, necessarie, con i privati? L'unica cosa che non ci possiamo permettere, agli Uffizi e altrove, è un dualismo litigioso. Inoltre i nostri beni culturali avrebbero bisogno di un periodo di stabilità e reinvestimenti. Anche perché il moltiplicatore degli investimenti in cultura sembra di gran lunga superiore a quello, per esempio, delle costruzioni. A riprova che è falso che carmina non dant panem.
Firenze. Manager in arrivo, cultura a un bivio
Il testo discute la differenza tra il dirigente e il manager, due termini spesso utilizzati in modo simile. Il manager è visto come una figura innovativa e privata, mentre il dirigente è associato a una figura burocratica e pedante. La revisione della macchina burocratica italiana propone l'introduzione della figura di un manager nel campo della cultura, in particolare per la valorizzazione del patrimonio. Tuttavia, la questione non è semplicemente semantica, poiché si tratta di definire gli obiettivi e i fini della gestione dei beni culturali. Il testo suggerisce che il manager potrebbe portare idee fresche e innovazione, ma che la tutela e la progettazione delle opere d'arte dovrebbero rimanere competenze del personale di settore.
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Bene culturale
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