A due passi da via Veneto, la celebre strada della Dolce Vita felliniana, cade a pezzi un gioiello nascosto della Grande Bellezza di Roma. Dietro un muro pericolante in via Lombardia, puntellato su ordine dei Vigili del Fuoco, un prezioso ettaro di storia, arte e cultura si disfa sotto la cappa della burocrazia. Costruita nel '600 per volere del cardinale Ludovico Ludovisi; ampliata a metà dell'800; minacciata oggi da cedimenti delle fondazioni, crepe nelle pareti e sconnessioni del pavimento, la Casina dell'Aurora ha bisogno di un'urgente ristrutturazione. Altrimenti, rischia di andare in rovina con gli affreschi del Guercino dipinti nella volta dell'ingresso, da cui prende nome questa villa che il ministero dei Beni culturali ha vincolato dal 1987 come monumento di valenza nazionale. È una storia che dura ormai da 15 anni. E che racconta l'eterno conflitto di competenze tra le varie Soprintendenze (archeologica, architettonica e paesaggistica) e la giustizia amministrativa. Articolata su 4 piani, di cui uno interrato, la Casina dell'Aurora ha una superficie coperta di 2.720 metri quadri ed è circondata da un giardino di quasi 6mila. Per restaurarla, occorrerebbero 6-7 milioni di euro. Ma il principe Nicolò Boncompagni Ludovisi, proprietario, ha già speso circa un milione per i lavori più urgenti e adesso, secondo la migliore tradizione dell'aristocrazia, non dispone dei mezzi necessari per ulteriori interventi. Né il ministero dei Beni culturali è stato in grado finora di erogare contributi pubblici. Per finanziare l'operazione, Boncompagni ha proposto di costruire un parcheggio a dieci metri di profondità e a distanza di sicurezza dalle fondamenta dell'edificio. E nei giorni scorsi s'è rivolto con una lettera al presidente del Consiglio e al ministro Dario Franceschini per sollecitare il loro interessamento. Fu nel maggio del 1999 che il principe iniziò a manifestare alla Soprintendenza archeologica di Roma il proposito di costruire un garage multipiano, chiedendo l'autorizzazione per le indagini preventive. Nelle sue intenzioni, da registrare con atto pubblico presso un notaio, il "parcheggio della discordia" dovrebbe fornire i proventi per il restauro. La prima risposta, datata 6 agosto 1999, è negativa in considerazione della rilevanza del luogo. Ma l'anno successivo il Tar del Lazio accoglie il ricorso del proprietario e annulla il parere contrario: "non sufficientemente esaustivo". E così viene disposta dalla Soprintendenza una campagna di sondaggi per verificare la presenza di resti archeologici nel sottosuolo. La relazione tecnica, però, non è ritenuta sufficiente per emettere il nulla osta: si prescrive "ulteriore indagine" in un'area circoscritta, per rispettare la gli alberi nel giardino. In forza del vincolo ministeriale, la comunicazione viene inviata anche alla Soprintendenza dei Beni architettonici e paesaggistici che non si oppone né emette prescrizioni particolari. Ma, nonostante questa autorizzazione, in mancanza di fondi il principe Boncompagni è costretto a sospendere i lavori. Fino a quando, nel luglio 2010, il muro perimetrale cede e dev'essere puntellato con urgenza. Nel gennaio 2011, il Servizio giardini del Comune di Roma riceve un'istanza del proprietario, corredata di una relazione agro-forestale. E autorizza l'abbattimento di 16 alberi all'interno del parco, trasmettendo per conoscenza la disposizione alla Soprintendenza paesaggistica che non oppone alcun diniego né prescrizione. A questo punto, però, torna in campo la Soprintendenza archeologica. Prima, autorizza le indagini. Ma poi, in seguito a un sopralluogo, ordina l'immediata sospensione degli scavi, eccependo che i lavori non sono stati autorizzati ed esprimendo parere negativo sulla costruzione del parcheggio. Allora il proprietario impugna il diniego per "eccesso di potere" davanti al Tar del Lazio, proponendo un progetto ridotto: tant'è che la stessa Soprintendenza archeologica richiede altri due saggi preliminari. Operazioni però bloccate dalla Soprintendenza architettonica che ritiene irrealizzabile il parcheggio. Si arriva così a una nuova sentenza del Tar (8 luglio 2013), con cui viene annullata la decisione della Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici. Il Tribunale amministrativo riconosce "la fondatezza della censura di difetto di istruttoria e di motivazione, nonché di contraddittorietà della motivazione". Il diniego "non valuta la possibilità di assicurare le esigenze di tutela attraverso un provvedimento condizionato a prescrizioni rigorose e rispettose del principio di proporzionalità" e "manca una puntuale, analitica e non apodittica motivazione". Contro questa sentenza, il ministero ha presentato ricorso al Consiglio di Stato, a cui è rimesso ora un giudizio definitivo. Nel frattempo, il muro di cinta rimane pericolante, la Casina dell'Aurora va in rovina, gli affreschi seicenteschi del Guercino sono a rischio. E in attesa di trovare i fondi per il restauro, anche i reperti archeologici restano sepolti sotto una coltre di terra e burocrazia.
la Repubblica
30 Aprile 2014
Quel monumento del Seicento abbandonato nel cuore di Roma
GI
Giovanni Valentini
la Repubblica
La Casina dell'Aurora, un'antica villa del '600 a Roma, è in pericolo di rovina a causa della mancanza di fondi per il restauro. La proprietà, che include un giardino di 6.000 metri quadrati, è stata costruita per volere del cardinale Ludovico Ludovisi e ha affreschi del Guercino. Il ministero dei Beni culturali ha vincolato la villa come monumento di valenza nazionale dal 1987, ma non ha erogato contributi pubblici per il restauro.
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