Ripristinare la qualità del progetto iniziale è la condizione per il rilancio Fra le singolarità di Brescia vi è il teso atteggiamento con cui essa guarda alla sua piazza della Vittoria. Contrappasso alla fama di cui la piazza godette all'epoca della sua nascita, in Italia e all'estero, si creò un'immagine politica del luogo che cadde nel calderone del bailamme ideologico, che ancora persiste. Genova possiede una piazza della Vittoria progettata dallo stesso architetto che disegnò l'omonima piazza bresciana, Marcello Piacentini, ornata da un grande arco di trionfo con sculture dell'autore del bresciano Bigio, Arturo Dazzi, e nessuno, né i cittadini né le reiterate amministrazioni di sinistra della città, si sono mai sognate di bersagliare il luogo come realtà negativa. Una piazza della Vittoria è anche a Bolzano, ancora di Piacentini e Dazzi, dominata da un grande arco di trionfo inneggiante alla vittoria italiana contro l'Austria della prima Guerra mondiale, che portò all'annessione dell'Alto Adige. Solo le tensioni inerenti al secolare attrito etnico-linguistico hanno causato scontri politici sul monumento.Tuttavia, anche grazie all'azione di un gruppo culturale di intelligenti e ragionevoli intellettuali, di lingua italiana e tedesca, in Bolzano si insiste per assegnare alle architetture fasciste il carattere storico che hanno e la tutela che, in quanto tali, meritano, pur sottolineando in forme a parte il giudizio su quella fase storica, anche con l'onestà di riconoscere le due dittature, compresa quella austro-tedesca del nazismo. Si vuole, però, un giudizio senza esasperazioni che siano convinte di affidare le sorti della morale politica o della salvezza democratica alle forme di un palazzo o alle fattezze di una scultura. D'altra parte, proprio in Bolzano, un referendum di 10 anni fa ha voluto che la piazza tornasse a chiamarsi «della Vittoria», dopo che, invece, la storia era stata cancellata da un nuovo nome assegnatole: della Pace. Nei confronti della piazza bresciana la visione ideologica torna a farsi sentire quando si tratta di analizzare i motivi urbanistico-sociali che hanno portato alla disadorna disaffezione nei confronti del luogo, sempre più privo di vitalità civica ed economica. Bisogna innanzitutto rilevare che un fenomeno generale sterilizza tutto il centro storico, e non solo la piazza degli anni '30. Siamo da tempo in una fase lunga di declino e degrado, con un negozio su 5 chiuso, sale cinematografiche scomparse, crollo dei consumi di cui risentono anche bar e ristoranti, e una deviazione delle attrattive verso i centri commerciali. In questo quadro stanno anche le piazze storiche di Brescia, della Loggia e Paolo VI, che non risultano poli attrattivi speciali, con pochi negozi e con la sola risorsa dei bar. Dopo la sciagura delle fessure centrali per il parcheggio sotterraneo, del 1970, e il mortale blocco della piazza per i lavori della metropolitana, lo scatto necessario starebbe nel riconoscere alla piazza la dignità di un pezzo di bravura dell'architettura del '900, anziché tornare a denigrarla. La piazza nacque come un salotto, con oltre 20 negozi, un cinema, un ristorante sull'attico del torrione, vari caffè di lusso, con banche, sedi assicurative, la sede centrale delle poste, la Borsa della Camera di commercio, un albergo diurno e il migliore hotel cittadino. Solo in piazza della Vittoria, grazie a Piacentini, si vide una concentrazione di opere d'arte così elevata e di qualità. Crearono apposite sculture artisti come Antonio Maraini, Romano Romanelli, Arturo Martini, Claudio Botta, Angelo Righetti, Alfredo Biagini, Corrado Vigni e Francesco Nagni. Il genio di Adolfo Wildt non poté porre la sua scultura solo perché l'artista morì in quegli anni. Il pittore Silvano Tajuti affrescò le sale del ristorante e del Caffè Principe. Vittorio Saltelli modellò i bassorilievi in cotto del Torrione ex Ina, mentre gli illustri Nicolò Berardi e Melchiorre Bega arredarono vari locali pubblici. Lo scultore Arturo Dazzi scolpì una statua genericamente allegorica della gioventù forte che fu artefice della vittoria bellica, statua essenziale all'equilibrio volumetrico ed estetico del luogo, che buon senso e rispetto della storia e della cultura vorrebbero ricollocare nella piazza, se non vi si opponesse un oscurantismo ideologico viscerale. È alla qualità originaria che si deve ritornare. Invece si insiste nel dire che piazza della Vittoria è invisa per vizi congeniti causati dal mediocre progettista Marcello Piacentini. Che cosa dovrebbero dire i romani dell'Eur, che vivono fra animatissime architetture di ambiente piacentiniano e non si sognano né di maledire il giorno in cui il quartiere nacque né di disertarlo, pur essendo all'ombra di un magnifico obelisco scolpito, opera di Arturo Dazzi?