I Gli affari milionari di Louvre e British CON LA CULTURA SI MANGIA LA LEZIONE DI PARIGI E LONDRA MAURIZIO ASSALTO on la cultura non si mangia», ha sentenziato una volta Pallora ministro Tremonti. Sarà (è) vero in Italia, ma altrove c'è chi con cultura non solo si nutre, ma pasteggia a caviale e champagne. Spesso utilizzando proprio i beni culturali italiani. Prendete il caso del Louvre. Ieri a Parigi è stata presen tata alla stampa la mostra «Nascita di un museo», una sorta di preview delle opere in partenza per Abu Dhabi. Da Parigi a Londra con la cultura (italiana) c'è chi mangia Qui nel dicembre dell'anno prossimo, sull'isola di Saadiyat (l'isola della felicità), aprirà la locale filiazione del museo parigino, nell'avveniristico edificio progettato da Jean Nouvel. C'è un bracciale d'oro fabbricato in Iran 3000 anni fa, una fibula di oro e ma anche capolavori del nostro Rinascimento come una Vergine con Bambino di Bellini, e ancora quadri di Manet, Caillebotte, Gauguin, Magritte, un papier collé di Picasso, nove tele di Cy Twombly. Tutti pezzi acquistati dagli Emirati Arabi, con un impegno di 40 milioni di euro l'anno, da quando nel 2007 è stata firmata la convenzione con il Louvre. Ma sono le cifre in gioco con il museo di Parigi a fare impressione. Per esempio: soltanto per potersi fregiare del nome «Louvre», per una durata trentennale, da Abu Dhabi verranno alla casa madre 400 milioni di euro; ai quali vanno aggiunti 190 milioni in dieci anni ai musei prestatori (oltre alle opere acquistate sul mercato, saranno esposte quelle fornite dallo stesso Louvre e da numerose istituzioni francesi); 195 milioni in 15 anni per l'organizzazione di mostre temporanee; 164 milioni in vent'anni che andranno alFAgence France Museums per l'allestimento delle collezioni e la formazione di personale in loco. A Parigi si gozzoviglia. Anche a Londra, però, non fanno la fame. La mostra-evento «Vita e morte a Pompei e Ercolano», andata in scena al British Museum da marzo a settembre del 2013, con materiali prestati dall'Italia dove in gran parte giacciono nei depositi, ha venduto 471 mila biglietti, risultando la terza più vista di sempre nel museo di Bloomsbury, dopo quella su Tutankhamon del 1972 (1,6 milioni) e quella sull'armata di terracotta cinese del 2007 (850 mila). L'incasso finale non viene rivelato, ma è stimabile in diversi milioni di sterline. A cui si devono sommare almeno altrettanti milioni di merchandising, più i proventi del film Pompei Live at the British Museum, vera e propria full immersion nella vita quotidiana della città distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C., realizzato in proprio dal museo, costato l'equivalente di 100 mila euro e visto da oltre 53 mila persone soltanto nel Regno Unito, oltre che da 36 mila in mille cinema di 51 paesi: compresa - ironia o beffa - l'Italia, dove è approdato in oltre cento sale a fine novembre costringendo in qualche caso - come al Barberini di Roma, 10 mila euro in un weekend - a prolungare la programmazione per soddisfare le richieste. Tutto ciò mentre Pompei, quel che ne resta, sprofonda nell'incuria perché «non ci sono i soldi». E perché noi - aveva ragione Tremonti... - con la cultura non mangiamo. Auguriamo agli altri buon appetito.