Qualcuno penserà che s'è montato la testa. C'è chi gli dice che così va incontro a una raffica di contenziosi da riempire di cause tutte le stanze di Palazzo San Giacomo. Altri gli fanno notare che in questo modo legittima le occupazioni abusive degli edifici e va ad ingrossare un patrimonio immobiliare comunale che invece dovrebbe essere sottoposto a una cura dimagrante, come gli ha intimato la Corte dei conti. La quale, peraltro, ha pure bocciato il piano di riequilibrio finanziario del suo Comune. Ma lui alza le spalle e tira dritto. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha infatti l'intenzione di combinarne un'altra delle sue per provare a dare una scossa a un'amministrazione comunale falcidiata in tre anni da scandali, inchieste della Procura e dimissioni di assessori. Il primo cittadino della (fallita?) rivoluzione arancione ha fatto approvare in giunta due delibere per espropriare beni privati e pubblici abbandonati e lasciati in disuso dai legittimi proprietari, che siano lo Stato tramite l'Agenzia del Demanio oppure un privato cittadino o un'impresa. Non solo, nel mirino ci sono anche gli immobili pubblici occupati abusivamente, le cui situazioni di irregolarità verrebbero in qualche modo sanate. O perlomeno, si aprirebbe un percorso per arrivare a una soluzione che non comporti lo sgombero - «nessuno verrà cacciato via» dicono dal Comune -, visto che saranno gli stessi cittadini occupanti a poter proporre un progetto per l'utilizzo del bene. «Sono le delibere più rivoluzionarie e creative che abbiamo scritto» esulta in conferenza stampa De Magistris, spalleggiato da Paolo Maddalena, l'ex giudice della Corte Costituzionale che ha collaborato alla stesura di questi provvedimenti ora destinati ad arrivare in consiglio comunale con una via preferenziale. L'obiettivo, secondo i vertici di Palazzo San Giacomo, è quello di restituire «una funzione sociale ed economica agli edifici presenti sul territorio cittadino che sono inutilizzati o abbandonati, siano essi di proprietà pubblica, ecclesiastica o privata». Pertanto, capannoni industriali, case, terreni agricoli, aree dismesse, giardini, garage..., il Comune di Napoli è pronto ad appropriarsene, ad espropriarli. Con buona pace della proprietà privata, senza guardare in faccia a nessuno e nonostante si tratti di strutture non abusive. Secondo l'amministrazione comunale partenopea, è il riferimento all'articolo 42 della Costituzione, e a quella che viene ritenuta la sua prima e storica applicazione in Italia, a giustificare (e tutelare) un tale atto di forza. Soprattutto quando recita che la proprietà privata «è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti» e può essere «espropriata per motivi di interesse generale». In questo caso, la Costituzione aggiunge anche «salvo indennizzo», che invece De Magistris non sembra disposto a riconoscere ai proprietari che saranno espropriati. In poche parole, il Comune di Napoli acquisisce d'imperio i beni abbandonati dai privati, per poi utilizzarli con modalità collettive da definire. Verrà comunque fatta prima una comunicazione al proprietario interessato, ma se questi entro 5 mesi non adotta «provvedimenti necessari al perseguimento della funzione sociale» del suo bene, si passerà all'incameramento. Per gli appartamenti o le palazzine invendute, i costruttori se li vedranno sottratti nel caso non accettino di venderli a prezzi ribassati concordati con l'amministrazione comunale. Che così, oltre a espropriare beni privati, detta pure le regole del libero mercato.