Caro sindaco de Magistris, la ringrazio per aver, questa volta, risposto. Non posso che rallegrarmi per l'adozione delle delibere (che ho ricevuto solo all'indomani delle mie dimissioni): si tratta di un primo segnale di concreto interesse per il lavoro dell'Osservatorio. La formulazione della frase che riguarda la ricostruzione della Città della Scienza mi pare pericolosamente funambolica: non si capisce se la ricostruzione avverrà al di là della strada attuale (lasciando completamente libero il lato verso il mare, come impongono legge e vincolo), o se invece ci sarà solo un camminamento al posto dei capannoni bruciati. Immagino che lo capiremo presto. E se la bonifica (con la preliminare, indispensabile, rimozione della colmata) si farà, e se Città della Scienza sarà ricostruita a monte di Via Coroglio, sarò il primo a congratularmi con Lei. Sulla biblioteca di Marotta e sulla Villa Comunale, Lei enuncia buone intenzioni, che dovrebbero essere in via di attuazione: mi auguro che presto possiamo invece trovarci di fronte a fatti concreti. Ma veniamo alla vicenda che ha causato le mie dimissioni. L'istituzione dell'Osservatorio per i beni comuni non è stata certo un fatto tecnico, ma una precisa scelta politica. E proprio perché io nutrivo già più di qualche dubbio sulla Sua politica culturale (come avrà forse visto sfogliando un mio libro del 2013, Le pietre e il popolo), volli precisare pubblicamente i confini e i limiti della mia partecipazione. Ora le Sue dichiarazioni sull'uso dello spazio pubblico e sul ruolo delle soprintendenze (non smentite, ma anzi radicalizzate, nella Sua lettera) chiariscono definitivamente i contorni di quella linea politica. Ed è una linea politica che non condivido. Per secoli la forma dello Stato e la forma dell'etica pubblica si sono definite nella forma dei luoghi pubblici. Le città italiane sono sorte come specchio, e insieme come scuola, per le comunità politiche che le abitavano. E la funzione delle loro piazze era permettere ai cittadini di incontrarsi come liberi e come pari. Il sociologo americano Cristopher Lasch ha scritto che «quando il mercato esercita il diritto di prelazione su qualsiasi spazio pubblico, la gente corre il rischio di perdere la capacità di autogovernarsi». Qui non si tratta di chiudere le piazze ai cittadini: ma semmai di precluderle all'onnipotenza totalitaria del mercato. Nella piazza della Nutella non ci saranno cittadini, ma consumatori e clienti. E non un popolo, ma una plebe da intrattenere con festa e farina (spero non con la forca). L'equivoco radicale è che la politica culturale coincida con l'organizzazione di «eventi»: per realizzare i quali c'è poi bisogno del privato for profit, cui si offre in ostaggio lo spazio pubblico. Napoli non ha bisogno di intrattenimento, ma di cittadinanza. Non di Coppe America, di Forum della Cultura o di Nutella Day: ha invece bisogno di una restituzione dei luoghi pubblici monumentali ad un uso quotidiano, sicuro e civile. Infine, il punto più grave mi pare la Sua rassegnazione circa la fine del pubblico, e il ricorso salvifico ai privati. Appaiono molto lontani i tempi in cui un liberale come Indro Montanelli scriveva che «un soprintendente è tenuto a resistere ai privati». Oggi domina un unico estremismo: quello antistatale, spesso tradotto proprio nel violento attacco alla cosiddetta burocrazia delle soprintendenze. Secondo questo pensiero unico «lo Stato provvede da sé a eliminare il proprio intervento o quantomeno a ridurlo al minimo, in ogni settore della società: finanza, economia, previdenza sociale, scuola, istruzione superiore, uso del territorio» (Luciano Gallino). Così mentre negli Stati Uniti economisti, storici e filosofi come Joseph Stiglitz, Tony Judt o Michael Sandel rilanciano un'idea forte di interesse collettivo l'Italia si affida al mantra dei privati. Come dimostra la Sua lettera, lo smantellamento dello Stato mette oggi d'accordo i neoliberisti e i fautori di una visione anti-pubblica del diritto dei beni comuni. Ma contrapporre il presunto bene del popolo al lavoro dei suoi spesso eroici servitori (per esempio i soprintendenti) significa tradurre l'alta idea dei beni comuni nel peggior plebiscitarismo. Non è con questa confusione culturale, né con questa violenta retorica, che riusciremo a riportare la Repubblica a res publica. E sarebbe davvero paradossale che il mio impegno per i beni comuni convivesse, o peggio coprisse, un attacco (consapevole o inconsapevole, poco importa) al vero bene comune, che è l'interesse pubblico.