Metal detector negli zaini e via alla ricerca - molto spesso vana - di monili e monete antiche. Il saccheggio dei tombaroli nelle aree archeologiche del comprensorio è incessante. Un fenomeno che il nucleo Patrimonio culturale dei carabinieri conosce bene e tenta di debellare con difficoltà vista la vastità dei siti e la mole di monumenti. In queste settimane a essere presa di mira è l'antica chiesa rupestre di Santa Panagia che si trova, appunto, nella zona archeologica alla periferia nord della città. A denunciare sono gli ambientalisti di Natura sicula che hanno scoperto il misfatto archeologico. «La segnalazione è già stata fatta alla soPrintendenza e alla sezione Tutela del patrimonio culturale dei carabinieri - dice Fabio Morreale, presidente dell'associazione aretusea -. Da poco più di un mese ignoti hanno scavato il pavimento della chiesa rupestre di S. Panagia, creando tre buche simili a due tombe a fossa». Anche in questo caso, è probabile che si tratta dell'opera di tombaroli i quali, muniti appunto di metal-detector, tentano di trovare qualche oggetto metallico prezioso. «Gli scavi dei tombaroli sono le uniche tracce di visitatori indesiderati da quando nel 2010 Natura Sicula adottò il monumento - prosegue Morreale -. Oltre a segnalare il danno, la nostra associazione ha proposto alla soPrintendenza di collocare un cancello a sbarre per impedire il ripetersi di fatti analoghi». La chiesa rupestre è un luogo di culto antico scavato nella roccia e si trova sulla parete idrografica sinistra della piccola valle di S. Panagia, a mezzacosta. È collegata all'altipiano con una scala intagliata nella roccia che, dopo il 1871, serviva anche a scendere nella piccola spiaggia venutasi a creare a seguito del terrapieno della ferrovia. Dal 2010, dopo lunghi anni di abbandono, è possibile visitare l'oratorio grazie ai lavori di decespugliamento e pulizia del sentiero eseguiti periodicamente dai volontari di Natura Sicula. La chiesa rupestre fu individuata e segnalata, per la prima volta, dall'archeologo Giuseppe Agnello. Lo studioso ipotizzò che il toponimo dell'antico luogo di culto dedicato alla Vergine "tutta santa" si fosse esteso alla circostante contrada nei pressi dell'omonima baia. Santa Panagia, infatti deriva dal termine greco "pan" e "haghia": che letteralmente significa "tutta Santa", ovvero la Santa per antonomasia, la Vergine. L'oratorio è costituito da un unico ambiente a pianta circolare. All'interno dell'ipogeo, sulla parete si conservano esigui resti di intonaci dipinti, su tre strati. Si tratta di pitture a bande rosse e con tracce di blu scuro riportabili al periodo medievale dell'arte bizantina. La chiesetta, anche sulla scorta della documentazione pittorica, viene datata ai secoli XIII e XIV. Il vicino villaggio di Santa Panagia con l'omonima tonnara si data, invece, dopo il Medioevo. «La nostra richiesta è quella di mettere in salvo un tesoro che appartiene a tutti - dice Fabio Morreale - e di farlo sfruttando le risorse a disposizione, in primis il lavoro e l'impegno di noi volontari che abbiamo adottato questo sito strappandolo così all'incuria e al degrado». La zona di Santa Panagia è densa di testimonianze storiche, molte delle quali risalenti all'epoca preistorica a dimostrazione di come questa zona costiera è sempre stata abitata. Tra le scoperte più rilevanti vi sono certamente le necropoli ma anche i resti delle strade antiche e di santuari. Qui, infatti, sono ancora ammirabili i resti del santuario dedicato alla dea Artemide - fuori dai circuiti turistici - che meriterebbe una valorizzazione attenta. Nello stesso quartiere di Tiche si trova anche la Tonnara di Santa Panagia che, dopo i ripetuti appelli anche degli ambientalisti, dovrebbe essere restaurata e destinata a sede culturale. La denuncia di Natura sicula, così come quella di intellettuali, ambientalisti e residenti, riaccende i riflettori sull'esigenza di salvare Santa Panagia. Da tombaroli e mala-gestione. 26042014