L'INTERVENTO Caro direttore, nella vicenda di Palazzo Reale, c'èun punto importante che va chiarito prima possibile. L'offerta dell'assessore comunale alla Cultura Stefano Zecchi di affidarmi la cura di prossime mostre "in sostituzione" dell'incarico di programmazione scientifica non può interessarmi, intanto perché non ci sarebbe più il tempo, ma soprattutto perché non è questo il problema. Il problema deriva dal fatto che l'interruzione del mio incarico impedisce di presentare in modo compiuto alla città quello che, nelle mie intenzioni, doveva essere un modello: diciamo pure un modello ispirato all'attività della Royal Aca-demy di Londra. Certo meno poderoso di quello inglese, perché si è partiti, otto anni fa, da un Palazzo Reale pressoché esanime, e perché Milano non è Londra. Ma non sottovalutiamoci troppo anche sul piano della cultura. Milano è al centro dell'Europa, e Palazzo Reale, se ben programmato, può avere un rilievo continentale. Se viceversa è affidato a una gestione estemporanea, il suo destino è quello di tornare ad essere il baraccone insignificante dei momenti di crisi. Vogliamo affrontare il problema di cosa deve essere una grande istituzione espositiva europea? A) Bisogna definire un programma volto, in tutti i sensi, alla cultura del futuro, della gittata di almeno quattro-cinque anni (altrimenti è impossibile avere qualsiasi scambio con le istituzioni internazionali, che programmano appunto su questi tempi). B) Bisogna disporre di maggiori risorse finanziarie, affinché l'Ente Pubblico possa mantenere il pieno controllo scientifico dell'attività (vedi il Louvre, e la stessa Royal Academy), e contemporaneamente il partner privato non debba affrontare eccessivi rischi d'investimento. Non si possono fare sempre le nozze con i fichi secchi. C) Bisogna avere strutture organizzative adeguate, direzioni precise e personale specializzato. I pochi operatori di Palazzo Reale (che ovviamente ringrazio per il lavoro degli scorsi anni) sono palesemente e gravemente insufficienti: meriterebbero di lavorare in una struttura più forte e più chiara. Il modello che intendevo proporre per avvicinare questi obiettivi, con un programma da Leonardo a Matisse, è stato troncato proprio in dirittura d'arrivo, cioè sull'arte contemporanea, e Milano è città con un destino "contemporaneo" e d'avanguardia. Da cittadino, da studioso, io prego, caldamente prego chiunque abbia voce in capitolo di non vanificare ciò che si è costruito mattone su mattone, e di tenere in vita un elefante che si era rimesso in piedi, e aveva addirittura cominciato a correre. Un'interruzione del ciclo vitale -in un mondo che elabora continuamente i suoi modelli di cultura e di modernità, anche (anzi soprattutto) nell'arte e conseguentemente nella storia dell'arte - sarebbe fatale, perché oggi nessuno aspetta nessuno.