ROMA . La burocrazia sta mandando in frantumi un sogno da 350 milioni di euro di fondi europei, che dovevano servire per rivoluzionare le città italiane grazie alla tecnologia. È la storia del primo bando nazionale "smart cities", avviato nel 2012 dal Miur con 665 milioni di euro. Primo smacco: il Tesoro ha appena tolto 300 milioni di euro dalla disponibilità e quindi le risorse si sono dimezzate. Secondo: a quanto riferiscono a Repubblica dal Miur, i 399 soggetti che hanno vinto il bando dovranno aspettare quest'autunno per vedere i soldi. Così adesso è a rischio fallimento l'intero piano smart cities italiano. I progetti devono essere conclusi entro il 2015, pena la perdita di quei fondi. Ma non avendo ricevuto un euro, non sono ancora partiti. Tra i vincitori ci sono decine di ventenni che hanno partecipato in collaborazione con imprese, università e amministrazioni pubbliche. C'è per esempio la storia di Antonio Vetrò, giovane ingegnere torinese che avrebbe vinto 400 mila euro con la sua idea di servizio web per aiutare le famiglie a ridurre i consumi energetici. Giovanni Potente, 30 anni, ricercatore universitario, avrebbe vinto 624 mila euro, con un progetto di biosensore miniaturizzato in grado di rilevare la gliadina negli alimenti e così migliorare la vita dei celiaci. «Il ritardo ci sta creando già problemi: vediamo nascere aziende concorrenti che stanno sviluppando la stessa idea. Per di più il bando impone di non avere un contratto di lavoro mentre sviluppiamo il progetto e quindi la burocrazia ci ha gettato in un limbo di attesa improduttiva», dice Potente. Il danno riguarda l'intero territorio: i progetti sono infatti basati su partnership pubblico- private. Tra gli altri progetti vincitori ci sono tecnologie per la manutenzione dei beni culturali, per il benessere e la vita attiva degli anziani e per rinnovare la didattica nelle scuole. "A maggio faremo gli ultimi decreti di finanziamento ma poi bisognerà aspettare ottobre perché il Tesoro eroghi i fondi", spiegano dal Miur.