presidente Italia Nostra Napoli Napoli NEI giorni scorsi è stata rilanciata da Elena Coccia l'esigenza della continuità del lavoro di conoscenza e di valorizzazione del centro storico di Napoli, che oggi si può avvalere dell'apposito Osservatorio permanente Unesco, deliberato dal consiglio comunale, e che essa è stata chiamata a presiedere. Tale continuità è quanto mai opportuna. Anzi le dobbiamo segnalare che diventa di nuovo attuale il problema della salvaguardia del centro storico perché sono tornati gli attacchi alla normativa vincolistica del piano regolatore, oltre all'insofferenza per i vincoli del ministero dei Beni culturali sul lungomare. In particolare si rende necessaria, da parte dell'Osservatorio, dal momento che l'urbanista De Falco è stato allontanato dallo specifico assessorato comunale, riprendere l'iniziativa da lui avviata nel novembre 2011 in sinergia con Italia Nostra della richiesta al ministero dei Beni culturali di tutela paesaggistica ex Decreto legislativo 422004 (Codice dei beni culturali) del centro storico-Unesco; richiesta, prima istruita dalla soprintendenza ai Beni architettonici ma poi insabbiata dalla direzione regionale dei Beni culturali, che se ne dovrà assumere la responsabilità. Pertanto il predetto impegno per il vincolo paesaggistico appare oggi il compito preminente dell'Osservatorio, atteso che l'azione repressiva dell'abusivismo edilizio è tuttora insufficiente, e che le attività legate all'edilizia non sono purtroppo orientate alla eliminazione e sostituzione con architettura di qualità dell'edilizia spazzatura, e senza criteri antisismici, postbellica esistente nel centro storico. Tutto ciò rende vulnerabile il carattere invece intangibile del tessuto edilizio storico coerentemente con le finalità sottese dal riconoscimento Unesco della Napoli storica come perimetrata nel 1972, e oggi purtroppo capoluogo di un territorio più noto per gli effetti vergognosi di gestioni dissennate dei beni comuni. Rileviamo inoltre che, in una manifestazione organizzata dalla Fillea-Cgil e dall'Associazione nazionale degli archeologi ("Repubblica" del 18 aprile scorso), è stato denunciato il permanente degrado del nostro patrimonio storico-artistico ed è stata chiesta l'accelerazione dei processi di operatività del grande progetto centro storico-Unesco. Perché ancora non si traducono in lavoro tutti i 100 milioni di fondi europei da tempo disponibili? In effetti risultano finora avviati solo quattro progetti approvati nello scorso febbraio, nonché interventi di integrazione virtuosa con il contesto ambientale (per i problemi della sicurezza, del commercio, della mobilità, della residenzialità privata e turistica), senza i quali i monumenti sono destinati in breve a degradare: un principio acquisito, non solo recupero monumentale ma altresì recupero immateriale. Tuttavia i progetti previsti erano ben 27: tra questi il restauro del Tempio della Scorziata, a piazza San Gaetano, incredibilmente prima escluso e poi recuperato dopo l'intervento di Italia Nostra su "Repubblica" (29 dicembre 2012). E peraltro non sono mancate critiche da parte degli architetti in quanto i progetti dei primi interventi sono stati fatti dai tecnici del Comune o affidati alla facoltà di Architettura senza espletare le gare. Invece era stato auspicato (Pasquale Belfiore, "Repubblica" del 12 febbraio 2014) per la primaria esigenza di garanzia della qualità, che si effettuassero concorsi di progettazione, sulla base di preliminari redatti dagli uffici, che avrebbero creato occasioni di lavoro per centinaia di professionisti in un momento di grande scarsezza occupazionale. E si aggiunge la grave preoccupazione per l'imperdonabile ritardo nell'attuazione, perché il grande progetto centro storico-Unesco deve essere inderogabilmente completato e collaudato entro il 31 dicembre 2015, pena la perdita dei fondi europei. Anzi la consapevolezza che sarà difficile, per non dire impossibile, rispettare gli impegni per la lunghezza dei tempi tecnici, che ha già alimentato boatos per cui i ritardi sono stati programmaticamente frapposti perché la Regione intende dirottare altrove i fondi destinati al centro storico. Ho parlato di boatos, ma attenendosi alla cronaca dei fatti deve essere succintamente rammentato che, appena insediata, l'attuale giunta regionale prima sospese, poi annullò nel gennaio 2011 il grande programma centro storico (2007), dotato di 220 milioni di fondi europei. Successivamente l'assessore regionale Taglialatela lo ha sostituito con il grande progetto, ma decurtato a 100 milioni per cui fu deciso di destinare i fondi, ormai dimezzati, solo lungo il Decumano maggiore, in ossequio alla cultura vigente nella maggioranza dei docenti di architettura che ancora fanno la distinzione tra centro antico (l'area di Neapolis greco-romana fino alla perimetrazione aragonese) e centro storico nell'inespresso ma inculcato interesse professionistico di limitare la tutela ambientale solo al primo (nelle altre città esiste solo il centro storico e non anche un centro antico). Poi i tentativi del Comune di imprimere impulso almeno al nuovo progetto sono stati ancora rallentati dall'assessorato regionale, e si è arrivati all'allarmante criticità attuale. La presidente dell'Osservatorio ha recentemente affermato che l'Unesco così connota i centri storici: "Paesaggio storico urbano: un sito identificato anche nei processi sociali, culturali ed economici e dunque orienta la conservazione ai valori urbani nella loro complessità...". Pertanto dobbiamo confidare nell'intervento concreto dell'Osservatorio permanente, che non può limitarsi a osservare ma deve imporre il vincolo paesaggistico sul paesaggio storico urbano. Altrimenti significa che si è voluto solo dare un contentino a Elena Coccia, che ha dimostrato il suo disinteresse per la poltrona e ha rinunciato alla carica di vicepresidente del consiglio comunale.