IL RACCONTO SOTTO la volta affrescata, a due passi dall'enorme cortile con l'erba alta un metro, davanti a muri scrostati e a un porticato che ripara dalla pioggia sottile, cinque ragazzi sognano: «Ci potremmo fare delle scuole e uno studentato », dice un giovane con un filo di barba. «Una "Casa degli artisti"», interviene una donna un po' più grande. «E anche un centro antiviolenza insiste un'altra sarebbe un modo per mantenere intatta la memoria di questo luogo ». Nessuno di loro era mai stato qui, in via del Governo Vecchio 39, in questo palazzo del '400 che in oltre 500 anni è stato di tutto: ospizio, convento ma soprattutto sede del Governatorato di Roma e poi pretura penale del Regno d'Italia e pretura civile della Repubblica fino al 1964. Tutti e cinque, come i tanti che ieri mattina lo hanno "liberato" per qualche ora, erano anche troppo giovani nel 1984, quando venne sgomberato definitivamente. Allora, a occupare parte dei 28 mila metri cubi dell'edificio (valore stimato, quattro anni fa, in 60 milioni di euro), c'erano i movimenti femministi, sigle, gruppi, associazioni che fecero di questo indirizzo, tra il 1976 e il 1984, semplicemente "La casa delle donne". Da trent'anni era rimasto chiuso, abbandonato all'incuria, saltuariamente visitato da tecnici e architetti per valutarne stabilità e tentativi di ristrutturazione. Poi, ogni volta, quando si ritornava su via del Governo Vecchio, ci si chiudeva alle spalle l'enorme portone di legno con una doppia catena e un grosso lucchetto. Così è successo anche lo scorso 15 gennaio, quando i funzionari dell'assessorato al Patrimonio della Regione Lazio (l'ente che dal 2002 è proprietario dell'edificio) hanno effettuato un nuovo sopralluogo, il primo da quando Nicola Zingaretti è stato eletto governatore. Una "visita" nata dopo le numerose segnalazioni arrivate da Vittorio Emiliani del Comitato per la Bellezza e dagli inquilini delle abitazioni di via del Parione 37 che vivono a ridosso del Palazzo. Adesso, ancora una volta, è in atto una valutazione delle stime dei lavori per mettere in atto le opere «di pronto intervento», tra consolidamento dei muri e lavori sulla facciata. Per il resto, del protocollo firmato 10 anni fa da Regione, Ministero dei Beni culturali e Soprintendenza, si sono perse le tracce. Lì, in quei locali dovrebbe essere allestita la Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte. La Regione è d'accordo, ma servono soldi. Oltre 4 milioni sono stati già stanziati per una ristrutturazione che si è fermata ormai 8 anni fa. Si pensa a un'operazione di cessione di Palazzo Nardini da parte della Regione all'Agenzia del Demanio che in cambio dovrebbe passare altri immobili di pari valore. Per ora c'è solo un protocollo firmato lo scorso novembre che riguarda complessivamente il patrimonio della Regione da valorizzare o alienare. Adesso, l'occupazione di ieri, seppure brevissima, riaccende l'attenzione su un edificio che fa parte della storia di una "Roma ribelle" (dal nome di una guida pubblicata sei mesi fa da Voland) ormai quasi dimenticata. A ricordarla ci sono ancora le scritte sui muri delle scale che portavano nelle stanze della Casa delle donne. Murales sbiaditi coi nomi dei collettivi femministi o, più semplicemente, con gli slogan di allora («Io sono mia», su tutti). All'esterno, sul basamento di una colonna, si legge ancora «I giochi di potere non sono solo maschili: sono anche noiosi»: perfetta sintesi dello spirito che animava questi luoghi. Le più grandi ricordano le assemblee dopo il ferimento del collettivo Casalinghe da parte di un commando dei Nar che fece irruzione durante la trasmissione che tenevano su Radio Città Futura, nel gennaio del 1979, o quella dopo la morte di Giorgiana Masi, il 12 maggio dello stesso anno. Per un giorno, dopo più di trent'anni, il cortile è tornato ad animarsi, a discutere di politica, a lanciare una mobilitazione, a ricordare cos'erano questi saloni, a raccontare a turisti stranieri la storia di un palazzo che, come tanti altri più o meno nascosti in città, aspetta solo di tornare a vivere.
Palazzo Nardini, murales e abbandono nella Casa delle Donne torna la politica
In un palazzo del '400 a Roma, cinque ragazzi sognano di trasformarlo in una "Casa degli artisti" o in un centro antiviolenza. Il palazzo, chiamato via del Governo Vecchio 39, è stato abbandonato per trent'anni e ha subito diverse valutazioni per la sua ristrutturazione. La Regione Lazio ha firmato un protocollo con il Ministero dei Beni culturali e la Soprintendenza per valorizzare il palazzo, ma la ristrutturazione è fermata ormai da 8 anni. L'occupazione del palazzo da parte di cinque ragazzi ha riacceso l'attenzione su questo edificio che fa parte della storia di una "Roma ribelle".
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