LA STORIA LA PROVA più concreta, anzi più visiva, è quella stampata sui muri cadenti alla base della TToorrrree ddeeggllii AAssiinneellllii.. Qui, la scritta «W Roosevelt, W Churchill, W Stalin» è ormai quasi evaporata. Qualche anno fa, il professor Eugenio Riccomini, lo storico dell'arte conoscitore di ogni angolo della città, ne aveva perorato la risistemazione: «L'avevo fotografata ed era ancora abbastanza leggibile - racconta -. Ma ora la Sovrintendenza dovrebbe tirare le orecchie al Comune affinché la salvi». Il professore ricorda quei giorni: «Passavano quelli del Comitato di Liberazione Nazionale, il giorno della Liberazione o al più il giorno dopo, con mascherine di latta. Le posavano sui muri e riempivano gli spazi vuoti a pennellate. Venivano fuori quelle scritte. Ce n'è, che io sappia, solo un'altra rimasta, su una colonna di SSttrraaddaa MMaaggggiioorree 4422. Una targhetta afferma che venne restaurata nel 1992, ma ormai è diventata una macchia nera». Nelle vicinanze, a PPaallaazz-- zzoo FFaannttuuzzzzii in via San Vitale, si legge l'indicazione «richiesta di soccorso durante le incursioni aeree», con i numeri di telefono. Almeno un'altra identica è fuori porta, in vviiaa SSaann DDoonnaattoo 4400:: entrambe sono state perfettamente restaurate dai coscienziosi proprietari dei palazzi. A proposito di rifugi, i segnali che li ricordano sono ancora numerosi. Uno ancora ben visibile è in fondo a vviiaa MMaarrcchheessaannaa,, con le lettere «US» («uscita di sicurezza ») nere su fondo bianco. Su tre colonne davanti alla Carisbo di vviiaa RRiizzzzoollii sono an- nerite dallo smog invece tre lettere «V» con le frecce dirette verso il basso: indicavano i sistemi di «ventilazione» del rifugio. Sta scomparendo anche la lettera «I» cerchiata (che stava per «idrante») visibile sui mattoni rossi a destra dell'ingresso della PPrreeffeettttuurraa.. Anche quel reperto storico sarebbe da restaurare, come l'insegna «RIFUGIO G» (forse già restaurata anni fa, ma di nuovo scrostata) su una parete all'interno del cortile di PPaallaazzzzoo dd"AAccccuurrssiioo,, o quella di vviiccoolloo ddeellllee DDaammee,, mentre appare encomiabile il restauro del vecchio padiglione del SSaanntt"OOrr-ssoollaa sui viali all'angolo di via Massarenti, dove hanno lasciato in bella evidenza le due grandi croci - una bianca, una rossa risalenti anch'esse al periodo della seconda guerra mondiale. «Sarebbero da preservare anche le scritte del periodo fascista », dice il professor Riccomini. Come l'indicazione segnaletica per Firenze dipinta sul cassero, quello di destra uscendo, di vviiaa SSaannttoo SStteeffaannoo. La misero i tedeschi per indicare la Futa». Proprio in via Santo Stefano il 21 aprile entrarono in Bologna, dopo i polacchi arrivati a porta Mazzini, le forze americane «insieme ai reparti italiani ricostituiti della Folgore, della Legnano e della Friuli, che però portavano le divise inglesi», ricorda Riccomini per averle viste. Sulla lapide a porta Santo Stefano, però, gli americani non sono menzionati. Nel dicembre 2007, le foto di Riccardo Vlahov restituirono lo stato malandato dei «Graffiti di guerra» diffusi per la città in una mostra che portava questo titolo. La foto dell'insegna «Rifugio » di vicolo delle Dame, per esempio, era pressoché identica ad oggi, segno che nessuno l'ha toccata. Al termine della mostra, venne sensibilizzato l'ufficio competente del Comune affinché ciò che era rimasto non andasse definitivamente distrutto, ma non sempre si è fatto qualcosa. Si sta perdendo anche la grande scritta sulla cornice del portone di ingresso all'AArrcchhiiggiinnnnaassiioo: si legge «liberata », ma la prima parola, quasi sicuramente «Bologna», non più. Rimangono invece come monito ben leggibile le parole sulla lapide all'angolo ttrraa vviiaa MMaarrccoonnii ee vviiaa LLeeooppaarrddii,, in ricordo delle centinaia di vittime uccise da un bombardamento alleato: «La bomba penetrò nel rifugio e fu una carneficina. Vidi tutti quei morti quando uscii dal rifugio di via Riva Reno», ricorda con dolore Riccomini.