Come si dice in questi casi, Adam Lowe, patron della Factum Arte, deve averci preso gusto. Dopo aver già ricreato nel 2007 per la Fondazione Cini di Venezia un facsimile delle monumentali «Nozze di Cana» di Paolo Veronese oggi al Louvre (è il quadro che fronteggia la Gioconda di Leonardo) ha definitivamente sdoganato il concetto, secondo lui ma anche secondo molti critici ormai superato, che tutto quello che è copia sia per forza brutto, cattivo e senza ispirazione Alla fine di questo mese, nella Valle dei Re, nel cuore dell'Egitto dei Faraoni, Lowe inaugurerà così una copia 1:1 della tomba di Tutankhamon, una copia destinata a diventare il nucleo di una sorta di dépendance in 3D (realizzata a colpi di scanner, laser e altre tecnologie futuribili) dove si potranno ritrovare in copia tutti i tesori della tomba originale (corredo e pitture compresi). Un capolavoro in qualche modo minacciato dal suo stesso successo: oltre mille visitatori al giorno per un piccolo spazio di sessanta metri quadrati, rimasto per oltre 3.245 anni preservato dalla curiosità umana e ora quotidianamente aggredito da folle di turisti e dal relativo peso di umidità, polvere, rumore, flash. La teoria di Lowe (nato in Inghilterra nel 1959, ma la Factum Arte ha sede a Madrid) non fa una piega: «La gente, e quindi i visitatori, devono imparare a separare l'idea di autenticità da quella di originalità, in qualche modo è una necessità perché capolavori come quelli della tomba di Tutankhamon erano pensati per durare in eterno, ma nessuno all'epoca avrebbe certo potuto immaginare che fossero destinati a diventare un luogo pubblico, accessibile a tutti». E aggiunge: «Quanti sanno d'altra parte che i cavalli di Venezia, quelli sulla facciata di San Marco sono in realtà una copia oppure che il David davanti a Palazzo Vecchio, a Firenze, è un facsimile d'epoca di quello originale oggi all'Accademia?». I critici sostengono d'altra parte, che a un visitatore mordi e fuggi (il New York Times aveva quantificato in 45 minuti il tempo minimo per visitare il Louvre e il Prado) ben poco importa che si tratti di un originale o meno, basta che si possa fotografare o che si possa fermare con un selfie (cosa che nei musei, per opere belle e fragili, non dovrebbe essere mai permesso). Non è dunque solo una questione di snobismo: il facsimile nell'arte, mondo antico compreso, può essere considerato una realtà. Si parte dalle copie ellenistiche o romane di perdute statue greche (come il cosiddetto Anacreonte Borghese di Fidia oggi alla Carlsberg Glyptotek di Copenaghen o lo scudo di Standford del British Museum) per arrivare ai sette oggetti (due tripodi, un vaso, un candelabro, una caffettiera, un altare, un camino) ricostruiti, sempre da Lowe per la mostra sull'arte di Piranesi allestita nel 2011 da Michele De Lucchi alla Cini di Venezia (stessa operazione replicata, proprio in questi stessi giorni, al Sir John Soane Museum di Londra. Passando magari per quei facsimile del tesoro della Tomba di Seti I che l'archeologo italiano Giovanni Battista Bolzoni aveva nel 1820 esposto ancora una volta a Londra, all'Egyptian Hall di Piccadilly. O per le repliche scaturite da quella ricorrente «seduzione etrusca» (che toccava soprattutto gli inglesi) celebrata fino al 31 luglio da una mostra al Museo Maec di Cortona. Il confine tra facsimile e opera d'arte appare però sempre più spesso indefinito. Anche in virtù delle nuove tecnologie, dal rendering allo scanner. Da una parte c'è così il grattacielo tarocco di Chongqing in Cina, letteralmente copiato (a colpi di rendering e in tempi più ristretti) dal Wangjing Soho di Zaha Hadid ma dall'altra ci sono le copie buone come quella a Firenze della Porta del Paradiso del Ghiberti, nata durante il restauro e oggi utilizzata per salvaguardare il capolavoro (l'originale si trova nel Museo dell'Opera del Duomo) dai danni di smog e inquinamento. Ma forse oggi bisognerebbe guardare oltre, perché sempre più spesso gli artisti pensano alla copia come a uno strumento di possibile ispirazione, come nel caso di Stephen Jones che propone digitalizzazioni di statue antiche, magari solo con qualche ritocco. O come Guido Paolini che nella sua installazione «Mimesi» (1975-1976) ha utilizzato due calchi in gesso di una statua antica per trasformarle in una variazione sul tema della incomunicabilità contemporanea. O ancora come Francesco Vezzoli che per la sua mostra al Maxxi si Roma nel 2013 ha copiato le statue del Canova per trasformarle in semplici supporti per schermi video al plasma. Quella tentata da Adrien Lowe (che sta progettando la ricomposizione, naturalmente in copia, in un luogo unico di tutti i tasselli dispersi del Polittico Griffoni della Basilica di San Petronio a Bologna) con la tomba di Tutankhamon non sembra essere più dunque un'operazione alla Madame Tussauds, piuttosto la certificazione di una pratica antica diventata ancora più attuale ai tempi del 3D.
Ma le copie dei capolavori possono essere vera arte?
Riassunto in 200 parole:
Adam Lowe, patron della Factum Arte, ha ricreato una copia 1:1 della tomba di Tutankhamon nella Valle dei Re in Egitto. La copia è destinata a diventare il nucleo di una sorta di dépendance in 3D, dove si potranno ritrovare in copia tutti i tesori della tomba originale. Lowe sostiene che la gente deve imparare a separare l'idea di autenticità da quella di originalità. I critici sostengono che il facsimile non è sempre brutto o cattivo, ma che il tempo di visita è troppo breve per apprezzarlo. Lowe ha già ricreato facsimili di opere d'arte famose, come le Nozze di Cana di Paolo Veronese e il David di Michelangelo.
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