Lungo il viale d'ingresso del cimitero Vantiniano, fra i cipressi che svettano sulla sinistra, c'è un cippo alto quanto un uomo. Non è uno splendore ricorda una grossa matita quadrata da falegname, cui sia stata fatta la punta ma è caro ai bresciani. Rende omaggio ai caduti della libertà fra l'8 settembre del '43 ed il 25 aprile del '45. Rende onore, inoltre, alle otto vittime della strage del 28 maggio '74, in piazza della Loggia. I nomi sono distribuiti sulle facce del plinto. Tuttavia chi passa davanti alla stele, se non la conosce, non è nemmeno tentato di farsi un segno di croce. Sul monolito nomi e cognomi scolpiti sono ormai offuscati da una patina verdognola giallastra che ha cambiato il colore della pietra. Solo colpa del tempo, dei quarant'anni passati, dell'acqua piovana che scroscia sulla lapide e delle muffe che crescono. Fosse possibile ad un estraneo, penso, sarebbe sufficiente entrare nel cimitero con una buona spazzola. Ma ciò non è permesso. Non so chi sovrintenda alla manutenzione dei monumenti, all'interno del Vantiniano, ma sono certo che saprà disporre un intervento quanto prima, se almeno condivide il giudizio sulle condizioni inaccettabili della stele. Non basta erigere un monumento o un cippo in perenne memoria di persone che ci hanno lasciato. Bisogna ricordarsene, ogni tanto, anche dopo l'inaugurazione.