PER evitare di perdere tempo ed immaginare l'inimmaginabile, è da essi che converrebbe partire. La nota teoria del "ciclo di vita delle città" identifica quattro fasi nelle dinamiche urbane: urbanizzazione, suburbanizzazione, disurbanizzazione e riurbanizzazione. Queste fasi normalmente vengono rapportate ai tassi migratori della città centrale (core) e della cintura metropolitana (ring). Mentre le altre città metropolitane italiane si trovano nella fase della suburbanizzazione, per Napoli i dati statistici (Istat 2001-2011) annunciano l'incipiente entrata nella fase della disurbanizzazione, una fase recessiva che si manifesta con tassi migratori negativi sia nel core che nel ring. Un elemento, quindi, di forte crisi, anche perché quest'andamento migratorio per l'intera area metropolitana che, per ora, è ancora di sostanziale staticità, è naturalmente legato alla più complessa crisi dei cicli della produzione e del consumo e ad una generale incapacità di invertire la rotta con interventi strutturali e di programmazione seri e con percorsi univoci. In questo scenario di declino, emergono altri dati che, nel confermare l'assenza di un governo di area vasta e del controllo di dinamiche territoriali lasciate pericolosamente al caso, assumono l'aspetto ango- sciante del paradosso. Nell'area metropolitana di Napoli, ad esempio, sono presenti le aree con il maggior rischio naturaleantropico europee: il vesuviano e l'area flegrea. Dall'ultimo rapporto Cittalia (Fondazione Anci, 2013) "Le Città metropolitane", si evince che le uniche aree in crescita demografica di quella che sarà la Città metropolitana napoletana sono proprio queste due. Mentre il Comune di Napoli, infatti, dal 2001 al 2011, è passato da 1.004.577 a 959.574 abitanti, perdendo il 4.5 della sua popolazione, al pari di molti comuni della corona, il cui calo arriva al 10 (come nel caso di Portici), alcuni comuni ad est del Vesuvio (Somma Vesuviana, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno) e i comuni a nord-ovest di Napoli (Giugliano in Campania, Pozzuoli, Bacoli e Monte di Procida), hanno registrato, negli stessi dieci anni, la crescita media maggiore di tutta l'attuale Provincia di Napoli (i cui confini amministrativi dovrebbero coincidere con la futura Città metropolitana). In sostanza, anche utilizzando solamente questi dati parziali, si configura uno scenario metropolitano fatto di disordine, fallimenti nella programmazione di Provincia e Regione, prevalenza di un modello informale delle istituzioni, dove le norme, anche quelle apparentemente inderogabili legate alla prevenzione del rischio, vengono disattese e interpretate al contrario. E non è un caso che il finto piano paesaggistico che in queste settimane si sta cercando di approvare in Regione, oltre a non tutelare nulla, preveda di rimpinguare proprio l'attività edilizia nell'area flegrea e alle falde del Vesuvio. Saprà la nuova Città metropolitana, con la sua forma istituzionale ancora in embrione, capace di controllare queste derive, sostituendosi a enti decotti, prima che l'autocostruzione del territorio e l'autodeteminazione partigiana su ogni singola scelta, prevarranno irreversibilmente? Oltre Napoli (e al suo sindaco) c'è qualche altro Comune metropolitano che crede e ha voglia di investire risorse economiche e istituzionali in questo nuovo ente?
NAPOLI - LE REGOLE PER LA CITTÀ METROPOLITANA
La nota teoria del "ciclo di vita delle città" identifica quattro fasi nelle dinamiche urbane: urbanizzazione, suburbanizzazione, disurbanizzazione e riurbanizzazione. La città di Napoli si trova nella fase della disurbanizzazione, con tassi migratori negativi sia nel core che nel ring. Questo andamento migratorio è legato alla crisi dei cicli della produzione e del consumo e alla generale incapacità di invertire la rotta con interventi strutturali e di programmazione seri. L'area metropolitana di Napoli presenta aree con il maggior rischio naturale-antropico europee, come il Vesuvio e l'area flegrea. Le aree in crescita demografica sono proprio queste due, ma il Comune di Napoli ha perso il 4.
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