Reato ipotizzato dopo il prelievo di documenti in Fiera e Accademia VERONA È quello di «abuso d'ufficio» il reato ipotizzato dalla procura di Verona nell'ambito dell'inchiesta che punta a risolvere il presunto «mistero» legato alla mostra dell'artista Barbara Pinna. Bocche cucite, invece, sull'esistenza o meno di eventuali iscrizioni nel registro degli indagati. A neppure una settimana di distanza dalla duplice acquisizione di documenti, sia cartacei che su file e cd, effettuata venerdì scorso all'Accademia delle Belle Arti e a Veronafiere Servizi spa, la magistratura scaligera ha dunque deciso di premere sul pedale dell'acceleratore. Già in queste ore, sia da parte degli ufficiali della polizia giudiziaria di Verona che della Guardia di Finanza di Venezia, si sta passando ai raggi X la fitta mole di «carte» prelevate alla Fondazione di via Montanari e negli uffici in viale del Lavoro relativamente all'esposizione pittorica firmata dalla Pinna, moglie del comandante provinciale della Guardia di Finanza Bruno Biagi. Ospitata in Gran Guardia dal 29 agosto al 26 settembre scorsi, la rassegna non risulterebbe - stando alle tesi accusatorie al vaglio del pubblico ministero Valeria Ardito, titolare del fascicolo - essere stata ancora pagata per il suo allestimento. Un «enigma» su cui la contestata puntata di Report andata in onda due lunedì fa su RaiTre e focalizzata sul «caso Verona», ha finito per accendere inevitabilmente i riflettori. Eppure, nonostante la trasmissione curata dalla Gabanelli abbia portato alla ribalta nazionale svariate vicende targate Verona tra cui proprio la mostra della Pinna in Gran Guardia, su quest'ultima esposizione pare che la procura di Verona stesse indagando già in precedenza. Sarebbe stato un dettagliato esposto del capogruppo Pd Michele Bertucco, alcune settimane fa, a far scattare le indagini del pm Ardito su quell'evento artistico alla Gran Guardia. Promossa dall'Accademia delle Belle Arti e dalla Società Belle Arti con il doppio patrocinio di Comune e Provincia di Verona, la mostra di quadri dell'artista romana trapiantata a Verona è stata allestita da Veronafiere Servizi spa. La stessa Veronafiere ha peraltro emesso una regolare fattura, per un importo di poco superiore ai quarantamila euro. Ed è proprio a questo punto che la ricostruzione dell'evento s'inceppa, finendo automaticamente al centro dell'attenzione in due procure: inizialmente, si è mossa la procura presso la Corte dei Conti, impegnata a verificare la sussistenza di un eventuale danno erariale per le casse pubbliche; adesso, invece, è la volta della procura della Repubblica, al lavoro per venire a capo del «giallo» della fattura che, emessa appunto da Veronafiere Servizi (controllata di Veronafiere) all'indirizzo dell'Accademia delle Belle Arti (ex Cignaroli) a marzo di quest'anno, risulta essere stata a sua volta rispedita al mittente. Senza, ovviamente, essere stata pagata. Perlomeno, non dall'Accademia di Belle Arti. «Nessun trattamento di favore», ha subito messo in chiaro Palazzo Barbieri, spiegando come in altre diciannove occasioni la sala della Gran Guardia sia stata posta a disposizione di artisti emergenti e meritevoli senza alcun onere per l'allestimento. Proprio ieri, del resto, dal Comune è giunto l'annuncio che «si terrà nella sala polifunzionale della Gran Guardia, da sabato 19 aprile al 10 maggio, la mostra 'Il segno dell'animà, una raccolta di oltre 70 opere dell'artista veronese Antonio Amodio. Organizzata dall'associazione culturale Quinta Parete con il patrocinio del Comune di Verona, l'iniziativa ha come partner la Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica, alla quale sarà devoluto parte dell'incasso ottenuto dalla vendita del catalogo della mostra». Questa, però, è tutta un'altra storia.