Il fatto che c'è un posto in Italia che potrebbe rendere centinaia di milioni ogni anno e invece, per una dissennata gestione ultra trentennale ce ne rimetta, e tanti, a me fa contorcere lo stomaco. Parlo di Pompei, la Pompei che anche la più potente donna d'Europa (frau Merkel) sceglie come meta per le sue vacanze e che crolla di continuo; la Pompei dove viene rubato un affresco, con disarmante facilità, oltre che un ulteriore pezzo della nostra dignità internazionale. A titolo di esempio, durante la mia adolescenza, circa 60 anni fa, il Lunedì di Pasquetta c'era l'usanza di fare la gita ed il relativo picnic proprio a Pompei. Un'orda di migliaia di cavallette entrava nell'area degli scavi, bivaccava per ore, alla fine lasciava un porcile e quasi tutti si portavano via un ricordino. Un sasso, un pezzo di colonna, una porzione di affresco, insomma un reperto. E tutti lo sapevano. E tutti tacevano. E nessuno se ne è mai vergognato o ne ha mai pagato conseguenze. Cosa c'entra il Veneto? Già sento la domanda. Ecco: visto che Stato, Regione, Provincia, Comune e tutti gli enti territoriali preposti non solo non hanno saputo (voluto?) fare nulla, ma spesso sono stati complici e correi del malaffare che ci ha guadagnato centinaia di milioni con l'area degli scavi e con l'indotto, prendendo spunto da quanto detto pubblicamente dal Presidente Zaia a proposito della Sicilia, perché non provare a dividere organicamente tutta l'area e far adottare ciascuna porzione ad una realtà, pubblica o privata poco importa, del Veneto, con personale e organizzazione venete, con controllo e potere di indirizzo e di veto, in modo da disincentivare appetiti malavitosi, non avere cointeressenze locali, per restaurare e far tornare ad antichi splendori quello che universalmente è riconosciuto come il più importante e grande sito archeologico del mondo? Ci va, come abitanti del civile Veneto, di impegnarci per affamare la belva che da troppo tempo impedisce a questo paese di crescere, si chiami camorra, malapolitica, corruzione, o semplicemente menefreghismo? Ci va di essere ancora una volta l'esempio di come si amministra nell'interesse collettivo? Ci va di far lavorare dai 500 ai 1000 giovani, con garanzie serie, anche logistiche, togliendoli dalle strade e dalla disoccupazione cronica? Ci va di deludere le speranze di chi ha «scommesso sulla catastrofe di questo paese» (copyright La Grande Bellezza) e di chi non vede l'ora di parlarne male, magari con sorrisetti ironici? Uno Stato che vuole preoccuparsi di Pompei deve mettere chi vuol fare in condizione di fare, dopo aver rimosso tutti. Il Veneto, forse solo il Veneto, ce la potrebbe fare. E insieme ad altre forze di buona volontà, potrebbe sconfiggere la cattiva amministrazione. Ovviamente con tutti i puntini sulle «i», cioè con l'impegno di tutte le componenti politiche che, ad esempio, nessuno si permetta più di non riuscire a spendere 105 milioni stanziati dall'Europa per Pompei e ne utilizzi solo 600 mila, per inefficienza, diatribe locali e veti incrociati e «sabotaggi». Interrompere, insomma, il perverso legame tra Stato inetto, dirigenti miopi, funzionari presbiti, personale pigro e lo spirito del tirare a campare. Tutti almeno collusi, se non complici. Che il sito venga vigilato,(da personale non locale o, almeno, misto) come la casa di un ministro dell'Interno. E che nessuno chieda perché, altrimenti o è in malafede, e quindi non serve rispondere, o è in buona fede, ed allora non capirebbe, anche riempiendo tutta una pagina del Corriere del Veneto.
Date Pompei al Veneto, salverà la Grande Bellezza
Il testo esprime la frustrazione dell'autore per la gestione disastrosa di Pompei, un sito archeologico italiano che potrebbe generare centinaia di milioni di euro all'anno, ma che viene spesso abbandonato e rubato. L'autore suggerisce di dividere l'area degli scavi in porzioni e assegnarle a realtà del Veneto, con personale e organizzazione locali, per disincentivare gli appetiti malavitosi e restaurare il sito. L'autore chiede al Veneto di impegnarsi per affamare la "belva" della corruzione e del menefreghismo e di far lavorare giovani locali con garanzie serie.
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