Luisa Bossa Deputata dal Pd Caro direttore, il mio primo intervento in Aula, a Montecitorio, su Pompei è del gennaio 2010. Indiscrezioni raccolte da Italia Nostra parlavano di un crollo avvenuto all'interno dell'area archeologica, in prossimità della Casa dei casti amanti. Il primo crollo. Sollevai la questione, con una interpellanza urgente, in modo allarmato, durante i lavori della Camera e l'allora sottosegretario Pizza (ministro era Bondi) rispose in modo pacato, tranquillizzante. Confermò la notizia del crollo, dovuto alle intemperie, ma disse che la situazione era sotto controllo. All'epoca (già da due anni) l'area archeologica di Pompei era sottoposta a commissariamento straordinario da parte del Governo. Commissario era Marcello Fiori. Qualche mese dopo, sempre in Aula, a Montecitorio, contestai costi e qualità dei lavori al Teatro Grande. Furono spesi milioni di euro per un intervento che già allora in prima linea su questa battaglia proprio il Corriere denunciò come parziale, insufficiente, e svolto senza misure di sicurezza e tutela per i resti archeologici. Sono passati quattro anni. E decine di altri drammatici episodi. Da quel momento sono dovuta intervenire, in Aula e in Commissione cultura, molte altre volte. Per denunciare, segnalare, richiamare l'attenzione su una grande questione internazionale. A ogni crollo, una ferita. A ogni ferita, mi sono alzata e l'ho ricordato al Governo. Ne abbiamo cambiati quattro. Ma lo stillicidio non si è mai fermato. Incuria, situazione caotica e insufficiente del personale, senso generale di abbandono, sconforto e indignazione della comunità internazionale. Una sequenza disarmante, che sembra inarrestabile. Per ultimo, nove mesi fa, ho depositato, prima che scoppiasse il caso giudiziario di questi giorni, l'ennesima interrogazione. Chiedevo al ministro (era Bray) come fosse pensabile che le ditte dei primi appalti del Grande progetto Pompei potessero fare lavori ad opera d'arte con ribassi che superavano il 50 per cento. Gli appalti per la Casa dei Dioscuri, la Casa del Criptoportico e la Casa di Sirico erano stati appena aggiudicati. A vincerli la stessa impresa, con ribassi che andavano dal 52,11 al 54,9 fino al 56,70. Avendo fatto il sindaco, peraltro a Ercolano, quindi con una certa contezza di quanto siano complessi e delicati gli interventi pubblici nelle aree archeologiche, mi sono chiesta, e ho chiesto al Governo, se non ritenesse che tali «ribassi potessero comportare il pericolo di un abbassamento della qualità e della cura dei cantieri». Mi fu risposto che il massimo ribasso era norma di legge oltre che consolidata consuetudine negli appalti pubblici. Ma il mio timore, evidentemente, a giudicare dalla denuncia pubblica del Corriere di questi giorni, e dalle indagini giudiziarie, non era così infondato. Ieri, sempre in sede di commissione Cultura, nel corso di un'audizione con il ministro, sono tornata sulla questione. Stavolta Franceschini ha convenuto: «È arrivato il momento di pensare ha detto che non è possibile applicare ai cantieri delle opere di alto valore storico, archeologico e artistico gli stessi parametri delle opere pubbliche comuni. Forse ci vuole una nuova normativa, compatibilmente con quella europea». Si apre uno spiraglio, a quanto pare, su un tema cruciale. La paura, però, per Pompei, da un po' di tempo a questa parte, è sempre la stessa: cioè che non ci sia più tempo. Non vorrei che, come per le cose migliori della vita, noi dovessimo arrivare a perdere quel patrimonio per capirne davvero il valore.