Sono passati dieci mesi dalla nomina dell'assessore alla Cultura Flavia Barca. Ieri, al nostro Ernesto Menicucci, ha manifestato tutto il suo disappunto per i 30 milioni di tagli alla cultura che si annunciano nel bilancio comunale, lanciando l'allarme sul pericolo che «le principali istituzioni culturali rischierebbero di trovarsi in ginocchio: Santa Cecilia, Auditorium, Fondazione per il Cinema...». Difficile non essere d'accordo con l'assessore Barca. Ma è anche impossibile domandarsi perché queste perentorie affermazioni arrivino solo adesso. Sono mesi che gli annunci, più o meno ufficiali, sui tagli alla cultura, occupano le pagine delle cronache romane. E da mesi tutti gli operatori si chiedono quale sia il progetto culturale del Campidoglio in una città che assiste ad una progressiva desertificazione dell'offerta. Il grande tema del finanziamento pubblico alla cultura è relegato ad una teoria di emergenze successive. Ha ragione Roberto Grossi, presidente di Federculture a ricordare che «in dieci anni la spesa comunale per la cultura è già stata ridotta di circa la metà. In termini percentuali rispetto al totale di bilancio, infatti, la quota destinata ai beni e alle attività culturali nel 2002 rappresentava il 4,3, nel 2013 è crollata al 2,5». Ed è bene dirlo una volta per tutte: nella voragine dei conti capitolini, nell'accumularsi di debiti pregressi, i fondi per la cultura sono spiccioli. Eppure forse solo l'attività culturale può consentire a Roma di confrontarsi con le altre capitali europee. Su cos'altro, sindaco Ignazio Marino, potrebbe farlo? Sulla rete della metropolitana? Sull'efficienza dei servizi? La sensazione sconsolante è che sia invece così facile colpire un settore strutturalmente debole, perdendo di vista le sue infinite potenzialità. E non ci riferiamo solo a quelle economiche - che pure esistono - perché anche questo è un fragile luogo comune. I beni culturali non possono essere valutati in base alla loro capacità di produrre utili, piuttosto rispetto al ruolo che hanno nel farci sentire l'appartenenza a una comunità, nel formarci cittadini consapevoli della grande eredità che il passato ci ha regalato e orgogliosi del pensiero moderno che riusciamo a elaborare. L'alternativa a questo è vantarsi, nei giorni dispari, del numero dei visitatori che affollano i Fori o il Colosseo e metterci a piangere, nei giorni pari, per lo stato di degrado vergognoso, tra ciarpame e venditori abusivi, in cui teniamo queste preziose testimonianze. Qualunque progetto che riguardi Roma deve partire da un'idea di Roma. Rimandare per mesi le nomine nelle istituzioni culturali, una Sovrintendenza comunale eternamente «ad interim», il futuro del Macro o la dirigenza del Teatro di Roma solo per fare tre esempi, non testimoniano grande interesse da parte dell'amministrazione. Così rischiamo di precipitare verso un'Estate romana senza un'idea, oltre che senza il bando e senza soldi. E anche quest'anno arriveremo all'ultimo momento per sapere qualcosa del Festival Letterature? Per paradosso, nella cultura romana, non sono i soldi la prima emergenza. Poco servirà, assessore Barca, convocare i protagonisti della cultura romana per un pianto collettivo. Creda, non hanno più lacrime. Servono idee, coraggio e chiarezza. Tutte cose che non costano e non ci sono.