«Capricciosa Cave Canem», «Margherita dei Casti Amanti», «Tonno e cipolla al Poeta Tragico». Manca davvero solo un forno, un pizzaiolo e un menu appropriato alla prima delle domus restaurate a Pompei. Perché assomiglia sul serio, per il tipo di restauro ispirato a certe trattorie «finto rustiche» da cui è impestata l'Italia, al nome che le è stato appiccicato: «Pizzeria del Criptoportico». «Sono sgomento», ha detto dopo averla vista, sia pure solo in foto, Bruno Zanardi, tra i massimi esperti mondiali di restauro. E ha spiegato a Mirella Armiero del Corriere del Mezzogiorno che «alla base di tutto c'è il ritardo immenso che l'Italia ha accumulato nel settore del restauro sul piano culturale». «Pompei non sanno più come tenerla», accusa il professore che da anni denuncia i drammatici deficit professionali in questa materia, «bisogna mettersi a tavolino e trovare soluzioni altamente tecnologiche per far scorrere le acque piovane, opporre resistenza ad acqua e sole, e così via. E bisogna anche considerare che Pompei è una città dentro un territorio che è quasi al disastro ambientale». Con che criteri vengono scelte, le imprese che mettono mano a un patrimonio archeologico unico al mondo qual è Pompei? Sullo stesso giornale diretto da Antonio Polito, che sul tema della conservazione dei beni culturali sta dando battaglia da tempo, Vincenzo Esposito dà conto in un'inchiesta che «la Procura di Torre Annunziata, coordinata da Alessandro Pennasilico, ha da qualche mese attivato sulla storia degli appalti con record di ribasso e ora anche su come i restauri sono stati compiuti o stanno per essere realizzati». Un tema centrale, sollevato prima dall'orrendo rifacimento in cemento armato e mattoni di tufo del Teatro Grande, per il quale finì agli arresti la titolare della ditta Caccavo Srl di Pontecagnano, scelta dall'allora commissario straordinario Marcello Fiori per 26 interventi in meno di due anni per un totale di 16 milioni e mezzo di euro. Poi dalle prime aste per i nuovi cantieri del «progetto Pompei» da 105 milioni di euro, marcate da ribassi esagerati. Come nel caso di tre gare per i «lavori di consolidamento e restauro», scrive Esposito, vinte dalla Perillo Costruzioni generali srl: «La ditta si è assicurata le opere alla Casa del Criptoportico facendo scendere del 57 il prezzo iniziale. Per la Domus dei Dioscuri, il 56,70 e poco meno per la Casa di Sirico, col 54,95 di ribasso». Per carità, di per sé nessun reato. Ovvio. Ma sempre lì torniamo: o era troppo alta la base d'asta (e non si capisce perché mai dovrebbe essere così) o chi vince ha in mente due alternative. La prima: lavorare al massimo risparmio usando gli operai meno specializzati possibile e i materiali meno costosi sul mercato, con prospettive da mettere i brividi. La seconda: tirare in lungo i lavori per anni e anni puntando, di rincaro in rincaro, a ricavare il doppio o il triplo o il quadruplo della spesa inizialmente preventivata. Giochetti che, all'estero, vengono castigati con durezza estrema.