Uno strano destino ha voluto che la giornata per la rinascita di Sibari fosse un catalizzatore di inesplicabili coincidenze, di incredibili corti circuiti che mai ci si sarebbe potuto aspettare che si verificassero. Una serie di quegli episodi che Jung chiama "coincidenze significative", supponendo che la realtà possieda un lato creativo che si mostra a chi si predispone a riconoscerlo. Sono predisposto a dire che il Fato degli antichi sia tornato a ricordarci, in questi giorni, che siamo tutti inermi di fronte alle Moire. Ieri Saverio Strati e oggi quella che è stata l'anima, per più di trent'anni, degli Scavi e del Museo di Sibari: Silvana Luppino. Presto, troppo presto se n'è andata, prima che potesse raccogliere i frutti del lavoro di questi ultimi anni e mesi impiegati, con dedizione e passione, per rimuovere, di nuovo, la terra ed il fango dalle strutture delle tre città sovrapposte. Troppo presto per i parenti, troppo presto per noi, per gli amici e per i colleghi, troppo presto per me che l'avevo conosciuta quasi quarant'anni or sono, due calabresi in Toscana per studiare archeologia. L'ho vista, l'ultima volta, un paio di mesi fa in occasione di una manifestazione pubblica organizzata insieme proprio per Sibari, per la rinascita della "sua" città morta, riseppellita dall'incuria e l'inettitudine dei vivi. Animata da una passione civile che le faceva ritenere che il patrimonio culturale fosse un bene di tutti, un bene comune, era, come sempre, molto battagliera nel rivendicare la necessità della tutela e della valorizzazione di quel sito archeologico. Sibari che è stata, per tutti questi anni, la principale ragione della sua vita da studiosa e da funzionaria, fiera di esserlo, dello Stato. Difendeva -con quella sua voce alta, spesso velata da un'ironia canzonatoria- le ragioni per le quali riteneva, come me, che le nostre città, i nostri musei, i nostri siti archeologici, il nostro paesaggio non siano solo gravose eredità, ma che contengano valori simbolici in grado di restituirci un'idea dell'uomo, un'idea di comunità, un'idea del progresso spirituale che deve compiere una società per dirsi pienamente civile. Ho ancora nelle orecchie il suo sconfortato "È finito tutto. È andato tutto sott'acqua, è tornato tutto sotto terra", quando l'ho chiamata la mattina dell'alluvione per sapere, con più precisione, quel che era successo. Dopo un attimo di silenzio di entrambi, Silvana ha trovato la forza di dire, con quel suo leggero accento reggino:"Ora dobbiamo tirarlo fuori di nuovo, però". Il miglior modo di ricordarla sarà quello di restituire alla visione di tutti, nel minor tempo possibile e per sempre, le strutture antiche di Sibari, Thuri e Copia che il fiume ed il fango hanno seppellito di nuovo.