Amici detectives, il gioco della settimana ci ha condotti nel famoso chiostro del Platano appartenuto un tempo ai monaci di San Severino e Sossio. Qui tra la fine del Quindicesimo e gli inizi del Sedicesimo secolo il grande pittore Antonio Solario, detto «Lo zingaro», dipinse un grandioso un ciclo di affreschi dedicato a San Benedetto, il Santo fondatore dell'Ordine a cui appartenevano i monaci di questo monastero. Sono venti in tutto gli episodi, tutti tratti dal libro dei «Dialoghi» di San Gregorio Magno. In tutto il ciclo, vi avevo avvertito, il Solario aveva inserito una sola variante rispetto al testo; una variante finora mai notata: l'incontro del Santo con un gruppo di pellegrini (che siano pellegrini non c'è dubbio, rispondo alle intelligenti osservazioni del lettore Oriani, lo prova il salvacondotto nelle mani del più anziano); un gruppo di pellegrini per giunta assai esotico. Chi erano? Potrebbero essere zingari suggerisce il lettore Neopolites e io condivido! Rappresentando un gruppo di pellegrini, scuro di carnagione e di provenienza orientale (stando ai copricapi) il Solario ci consegna infatti proprio lo stereotipo, diffuso in tutta Europa nel corso del Quattrocento, del popolo gitano! Uno stereotipo, è bene sottolineare, creato dagli stessi gitani. Quando i primi zingari giunsero in Europa si presentarono infatti come pellegrini provenienti dall'Egitto (perciò «gitani»), da cui si erano mossi per espiare antiche colpe compiute dai loro avi. Viaggiavano in gruppi di decine e a volte anche centinaia di persone guidate da capi che si facevano chiamare «Conti» o «Duchi» i quali erano forniti di speciali salvacondotti. Ma perché il Solario inserisce questa variante nel suo racconto (una variante per altro del tutto anacronistica in quanto fa incontrare il Santo vissuto tra il Quinto e il Sesto secolo con un gruppo di zingari, la cui presenza in Europa è segnalata soltanto a partire del Quattrocento)? Forse perché voleva proprio rinnovare quello stereotipo! In effetti se la prima reazione della popolazione meridionale all'arrivo degli zingari fu generalmente di curiosità e di accoglienza, nonostante gli indubbi problemi che inevitabilmente vennero a crearsi tra la maggioranza stanziale e questa piccola minoranza nomade proveniente in realtà dalla lontana India, con il tempo la credenziale del «popolo pellegrino» non funzionò più e cominciò ad imporsi l'immagine negativa dello zingaro. Al principio del Sedicesimo secolo per gli zingari che vivevano nel mezzogiorno d'Italia il futuro si preannunciava minaccioso; stava per cominciare il lungo periodo vicereale; il nuovo Re Ferdinando il Cattolico, per quanto riguarda gli zingari, aveva già avuto modo di palesare le sue intenzioni, cacciandoli nel 1499 dai suoi regni di Castiglia e di Aragona. Ed è proprio in un momento così delicato della storia del popolo gitano che un gruppo di pittori, guidati da un Maestro che portava il soprannome di «Zingaro», decide di inserire in un racconto una variante; decide di riproporre uno stereotipo ormai logoro ma che in passato aveva funzionato come formidabile carta di credito. Chi altri se non uno zingaro poteva essere interessato a fare questo? Oltre a contenere una delle più antiche testimonianze del popolo rom gli affreschi del Platano ci forniscono così la prova che Antonio Solario era veramente uno zingaro! Quando nell'autunno del 1545 il Cardinale Reginald Pole si mosse da Roma alla volta di Trento per andare a presiedere il famoso Concilio, portava con sé, tra le altre sue cose, un dono prezioso; un quadro devozionale rappresentante una «Pietà», opera del grande Michelangelo. Glielo aveva fatto avere, proprio alla vigilia della partenza, la sua amica Vittoria Colonna, nella convinzione che quel piccolo quadro, grazie al nascosto significato metaforico che conteneva, potesse tornargli utile, in senso propiziatorio, nella difficile missione che stava per compiere. Non altrimenti si spiega il motivo per cui la Marchesa di Pescara si sarebbe privata di un oggetto regalatole solo pochi anni prima dallo stesso Michelangelo e che esprimeva per lei valori altamente spirituali. Valori condivisi dalla celebre poetessa con il nostro più grande artista entro un circolo più vasto di persone, alla cui guida c'era proprio l'alto prelato inglese. Sareste capaci, cari amici, di indovinare qual era il valore metaforico di questo quadro, quale potente simbolo era occultato in esso, tale da far sperare la Marchesa nella sua efficacia propiziatoria? Il quadro, purtroppo, è andato smarrito, ma è conosciuto grazie al suo disegno preliminare conservato a Boston.
Napoli. Solario lo zingaro e il Michelangelo propiziatorio
Il testo descrive un ciclo di affreschi del pittore Antonio Solario, detto Lo zingaro, che rappresenta San Benedetto e il suo incontro con un gruppo di pellegrini. Il testo sottolinea che il Solario aveva inserito una variante nel suo racconto, rappresentando i pellegrini come zingari, un gruppo di persone di origine orientale. Il testo suggerisce che questo stereotipo sia stato creato dagli stessi gitani e che il Solario lo abbia inserito per rinnovare quello stereotipo. Il testo anche menziona un quadro devozionale di Michelangelo, rappresentante una Pietà, che era stato donato alla Marchesa di Pescara e che esprimeva valori spirituali.
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