Quando un importante pezzo di città viene restituito alla gente, c'è sempre da far festa. Succede oggi a Verona, dove lo storico Palazzo della Ragione (XII secolo), dopo una chiusura di vent'anni e un complesso intervento di restauro firmato da Afra e Tobia Scarpa, inizia la sua ennesima vita (è stato magazzino di sale e tabacchi, Collegio dei notai, abitazione, museo, carcere, tribunale e mille altre cose) come galleria d'arte moderna, intitolata al botanico e collezionista Achille Forti, scomparso nel 1937. In realtà, a due passi da Piazza delle Erbe sta nascendo un polo culturale che ha tutta l'aria di voler diventare il nuovo cuore turistico della città: a farne parte lo stesso Palazzo della Ragione, con la Galleria Forti e la Cappella dei Notai, la monumentale Scala della Ragione, che conduce il visitatore dal Cortile del Mercato Vecchio al piano nobile del palazzo, dove è stato aperto uno degli ingressi alla galleria, e l'altissima Torre dei Lamberti, letteralmente incorporata nell'edificio, che oggi saranno visitabili gratuitamente e da domani con un unico comodo biglietto. Evento nell'evento è però la rinascita della Galleria, già a Palazzo Forti, che presenta 150 opere (in gran parte inedite e restaurate per l'occasione) selezionate dal direttore artistico Luca Massimo Barbero nel corpus di circa 1.500 pezzi rappresentato dal lascito di Achille Forti sommato alle collezioni di Fondazione Domus e di Fondazione Cariverona. Barbero ha circoscritto anche l'epoca, dal 1840 al 1940, per raccontare 100 anni di arte, di evoluzione della pittura, di artisti e mecenati scaligeri, ma anche di vicende storiche che hanno rivoluzionato Verona e l'Italia intera. Un'epoca di grande inquietudine e creatività che viene simbolicamente riassunta da due statue poste proprio all'ingresso, quasi in antitesi: da una parte il gesso dell'«Achille ferito» di Innocenzo Fraccaroli, accademicamente neoclassico (in città lo consideravano l'erede di Canova), dall'altra «L'orgia», l'opera-scandalo di Torquato Della Torre, lo scultore maledetto della Verona dell'800, morto giovanissimo. «Ho cercato di creare, con passione e divertimento, non una mostra, ma una permanente mobile, un percorso dello sguardo, un allestimento rigorosamente cronologico alla riscoperta della "storia dell'arte dimenticata a memoria", dove però la regola fosse quella dei rimandi, delle associazioni, delle allusioni che provocassero il visitatore, spingendolo alla riflessione con la massima libertà, anche di movimento, a partire dal proprio vissuto, dalle proprie immagini interiori dice Barbero Un gioco di corrispondenze che prosegue tra contenuto e contenitore, tra la microvista di quadri e sculture e la macrovista delle architetture interne del palazzo, fino a entrare in relazione con l'esterno attraverso opere come il Dante di bronzo di Ugo Zannoni, che riprende quello del cortile, o le fotografie della piazza di Richard Lotze, che instaurano un dialogo serrato tra il visitatore e la città che intravediamo lì fuori, appena oltre le finestre delle sale». Verona, quindi, è protagonista assoluta di questa «galleria con vista», ma il gioco intellettuale è continuo, la tensione costante e il risultato ottenuto anche con la cura dei dettagli. Come l'uso frequente sulle pareti di quello che qualcuno ha ribattezzato il «blu Barbero». «In effetti è un colore che mi sono portato dietro negli anni, mi consente di assorbire molto la luce ed esaltare così le tonalità dei quadri», dice il direttore artistico. Il percorso attraversa quattro sale del palazzo, quella delle Colonne, dedicata alla «Verona ottocentesca», la Sala Quadrata, omaggio alla «Luce tardo ottocentesca», la Sala Picta dedicata alla «Nascita del XX secolo» e infine, dopo lo shock estetico e temporale provocato dai dipinti sei-settecenteschi della bellissima Cappella dei Notai, la Sala Orientale, dedicata al «Realismo e monumentalità tra le due guerre». Lungo la strada, con rimandi incrociati anche alla fotografia, al cinema e perfino al fumetto, troviamo capolavori di Hayez, Medardo Rosso, Fattori, Casorati, Balla, de Chirico, Boccioni, De Pisis, fino a sorprendenti capolavori come la scultura acefala di Arturo Martini «Donna che nuota sott'acqua» o il «Cavaliere», gesso di Marino Marini. Alla fine del percorso, quasi a dare significato alla visita, si sale in cima alla Torre dei Lamberti. Sotto i nostri occhi si stende una magnifica Verona, che adesso guardiamo con un pizzico di sorpresa e rinnovata curiosità. Uno scrigno che è lì sotto ad aspettarci, a un passo, per dare un senso compiuto alla bellezza che ci è appena stata versata nel cuore.