«Noi frequentiamo le gallerie non per amore dei pittori, ma per amore di noi stessi», scriveva Jacob Burckardt nell'Ottocento, il secolo in cui, nell'Italia post unitaria, nacquero i musei civici. La loro caratteristica è raccontare la storia della città; conservare testimonianze archeologiche e artistiche di ambito locale; accogliere le donazioni dei cittadini, dai cimeli di guerra o di viaggi alle collezioni d'arte ben strutturate, dai gioielli ai mobili. Ecco perché, in particolare dopo il successo mediatico dei grandi musei internazionali nati negli anni Ottanta, patinati e alla moda, i piccoli e spesso polverosi musei civici sono apparsi come aggregati eterogeni, discontinui e un po' caotici. La paura del provincialismo (tipica dei provinciali) ha fatto sì che si guardasse ad essi con una certa sufficienza anche da parte delle stesse comunità locali dopo che per oltre un secolo borghesi, eruditi, nobili, artisti del luogo avevano invece individuato nel museo cittadino il simbolo rappresentativo delle virtù civiche e dunque lo spazio privilegiato per le donazioni attraverso cui perpetrare nel modo più illustre il proprio nome. Ultimamente, però, si registra una riscossa, probabilmente in coincidenza con la più generale macrotendenza a ricercare il locale, il diverso e l'originale rispetto a un'offerta globalizzata e ripetitiva, anche nel settore culturale. Se infatti nell'immaginario collettivo il museo ha ormai assunto la forma del luogo che più rappresenta la città e il suo spirito (se vado a Parigi devo almeno entrare al Louvre; a Londra al British), ecco che nei centri minori si aprono nuove occasioni per i musei civici. Così come prima le masse amavano frequentare e ritrovare, di città in città, le stesse catene di fast food e di caffé americane, ora vanno in cerca di un gusto più locale, di quel racconto originale da riportare a casa agli amici come una scoperta personale e nascosta. Nel nostro Paese molti territori hanno già intercettato questo nuovo sentimento di curiosità culturale: le Marche, per esempio, hanno un sistema di 234 piccoli musei sparsi su cento città d'arte, 70 teatri storici, 165 santuari e 56 castelli, un tessuto connettivo che fa tutt'uno con le strade, i negozi, i giardini di borghi e capoluoghi di provincia. Anche l'Umbria si è strutturata come un museo diffuso, e altrettanto ha fatto il sistema dei musei del territorio senese che si è costituito in una Fondazione, con la partecipazione di privati, enti locali, regionali, nazionali e persino enti ecclesiastici, una rete capillare dal Chianti alla Val d'Orcia. É questo un altro punto di forza dei musei civici: la possibilità di essere amministrativamente più agili, di non sottostare all'umiliante opacità della burocrazia, di reperire fondi attraverso privati senza incorrere negli assurdi divieti che hanno bloccato il restauro del Colosseo e che impediscono a Pompei di trovare la sua dignità. Torino è riuscita a costituirsi in Fondazione, Milano no, nonostante avesse documenti e partner pronti, e non è nemmeno ancora riuscita a creare un biglietto integrato. Dovrà farlo per l'Expo, per non coprirsi di ridicolo rispetto a Torino che con la TorinoPiemonte card è già pronta da anni. Certo non tutto ciò che è civico luccica: spesso, come aveva evidenziato Alessandra Mottola Molfino nel suo «L'etica dei musei», l'allestimento è la principale pecca di questi piccoli musei che geometri e architetti del Comune hanno iperdotato di maniglioni antipanico, luci di emergenza, scale in ferro, arredi inguardabili o assurde «trovate espositive» come per esempio le scatole di legno attraverso cui a Volterra si devono intravvedere i capolavori etruschi. Tuttavia i musei civici sono forse lo spazio sperimentale attualmente più aperto, il luogo dove mettere a punto nuovi modelli dopo quello anni Settanta del museo didattico; degli anni Ottanta e Novanta del museo come bene economico, modello di origine americana che certamente non può applicarsi tout court a quello europeo e tanto meno italiano. Possono essere un laboratorio, perché no, per l'intera Italia che ha finalmente abrogato l'inefficienza delle province, ma deve ancora regolare quella delle regioni. In quest'ottica vale la pena ricordare le parole di Andrea Emiliani pronunciate all'inaugurazione del museo archeologico romano di Brescia: «Il museo civico italiano è il più importante tra i musei: è scuola e officina, è laboratorio didattico continuo, è opera aperta in continua definizione, è territorio, è la città stessa. Insomma (ricordando Cattaneo) è terreno di federalismo civile; il migliore tra tutti i semi di federalismo che un'amministrazione pubblica possa mettere a disposizione dei cittadini». Come dire: ricominciamo a ricostruirci a partire dalla nostra cultura.
La riscossa dei musei civici, laboratori della provincia
I musei civici sono stati fondati in Italia nel XIX secolo e hanno la caratteristica di raccontare la storia della città e conservare testimonianze archeologiche e artistiche locali. Dopo il successo dei grandi musei internazionali, i musei civici sono stati visti con sufficienza anche da parte delle comunità locali. Tuttavia, negli ultimi anni, ci è stata una riscossa e molti territori hanno iniziato a valorizzare i musei civici come luoghi di cultura e identità locale. L'Umbria e il Siena sono stati esempi di questo cambiamento, con la creazione di fondazioni e reti di musei che si sono costituite in un sistema diffuso.
Artista / Persona
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