«L'ITALIA ha molto bisogno di campi da golf, soprattutto nel meridione. Ma Caracalla non mi pare il posto più adatto». All'indomani dell'articolo di Repubblicasul progetto di un campo da golf alle spalle delle Terme di Caracalla bocciato dalla soprintendenza e poi "sbloccato" dal Tar, il ministro dei Beni culturali e del Turismo Dario Franceschini è intervenuto sulla vicenda dicendo la sua. Il ministro ha anche chiesto ai suoi tecnici di preparare un report sulla vicenda. «Dopodichè ha concluso come è stato per l'Ermo Colle leopardiano, non ci si arrende ad una prima sentenza». Moltissimi sono stati i commenti e le polemiche sulla questione. Per Rita Paris, l'archeologa responsabile dell'area dell'Appia antica, per esempio, la zona «è di grande importanza archeologica» dice, «oltre ad essere di rilevanza strategica perché è un'area che dovrebbe contribuire al progetto di ricongiunzione tra i Fori e l'Appia antica. La sua vocazione è quindi quella di diventare un'area pubblica». «Ma allora ci espropriassero il terreno e non se ne parla più!» sbotta uno dei proprietari, Stefano Ceccarelli. «Così però non ha senso: non possiamo fare niente, non può vederlo nessuno, sta lì e non ce ne possiamo occupare come dovremmo perché le manutenzioni costano e non possiamo farne più di un paio l'anno». Dal 2008, lo dicono tutti, l'area è anche vincolata archeologicamente: «Ma lo sa perché è vincolata?» spiega Ceccarelli. «Perché Massimo Miglio (allora capo dell'ufficio antiabusivismo del comune) venne qui, nel 2006 e il motivo era lo smantellamento del tetto di amianto dal fabbricato che si trova nell'area e la conseguente posa in opera di un nuovo tetto e fece un sequestro: che era illegittimo. Allora non c'era nessun vincolo della soprintendenza. L'hanno messo dopo, per rabberciare quello che non è stato altro che un sopruso». IL REPORTAGE LASTRADA, dopo Porta Ardeatina e la Casa del Jazz, curva dolcemente e si fa silenziosa. Sembra quasi di entrare in un'altra dimensione con il sole che inonda l'asfalto e un piacevole tepore che riempie l'aria. Ancora qualche metro ed eccoli, all'angolo, i Bastioni di Sangallo, la parte rinascimentale delle Mura Aureliane, con la loro forma che ricorda la metà di un esagono. In questo punto, al di là delle altissime mura, c'è l'angolo estremo di quello che potrebbe diventareun drive, cioèuncampodi allenamento per i golfisti, secondo il progetto di una società che prende il nome proprio dai Bastioni di Sangallo. Lungo le Mura non c'è nessuno: anche il traffico è quasi inesistente, se non fosse per quelle decine di bestioni bianchi che, parcheggiati come un lumacone alieno lungo il viale di Porta Ardeatina, tappano la vista. Più su c'è via Lucio Fabio Cilone, senatore romano dell'epoca di Settimio Severo che proprio qui dentro ha la sua tomba. La strada fa una curva e finisce di fronte a un cancello. Appeso a una scala a spuntare un cespuglio c'è un giardiniere: «No, da qui non si entra» dice con un fortissimo accento romeno in un italiano sgrammaticato. «Forse più giù, da viale Baccelli». In viale Baccelli si trova la sede della Andros, la società di Pietro Salini l'ad di Salini- Impregilo proprietaria per un dieci per cento della Bastioni di Sangallo. Davanti all'alto cancello in ferro battuto arriva una Merdeces luccicante: è l'autista dell'amministratore delegato e questa è la sua abitazione, non la sede della società, creata infatti ad hoc per occuparsi del progetto del golf. Forse, dicono, per controllare quello che succede qui, a pochi metri da casa. A piedi non passa nessuno: è una strada di scorrimento. Arranca solo un signore in mezze maniche con una busta in mano: abicollo ta di fronte al Circo Massimo e non ha mai sentito parlare di campi da golf. «Quest'area? » dice. «È un posto pe' mignotte, anche se ormai nun le trovi manco a pagalle oro, ce stanno solo i maschi: ecco cosa ce fanno qui, altroché golf!» e se ne va scuotendo la testa. Ancora qualche metro e c'è l'ingresso del vivaio Euroflora. I proprietari, insieme al costruttore Federici, sono gli altri soci della Bastioni di Sangallo. Stefano Ceccarelli, modi garbati, gran sorriso e al un foulard alla Marlon Brando dei tempi d'oro, allarga le braccia e fa: «Sa che le dico? Che non ne posso più! Sono anni che ci bloccano. E noi vorremmo soltanto una cosa: restituire alla città una sua parte, bellissima, suggestiva, dimenticata» dice facendo strada in un labirinto di scale di legno e uffici. «Questa è un'area che, se non si trova un accordo tra privato e pubblico, va sprecata » sottolinea. La storia che racconta Ceccarelli è una specie di incubo borbonico, con il protagonista perso nei meandri incomprensibili e un po' idioti dell'italica burocrazia. «Noi vorremmo creare posti di lavoro, sarebbero una quarantina se partisse il progetto. E la soprintendenza cosa fa? Dice che a loro il problema occupazionale non compete. E poi, senta: abbiamo speso diecimila euro per fare le rilevazioni con il georadar: siccome nella zona veniva buttata la terra degli scavi dei fori, ci sono almeno otto metri di nulla. Non andremmo a intaccare nessun sito archeologico». Su questo non è d'accordo Alessandra Capodiferro, responsabile della soprintendenza statale archeologica di quell'area: «Ma di che parliamo? Qui ci sono i resti dell'acquedotto Antoniniano che irrorava Caracalla. E poi la zona dal 2008 ha un vincolo archeologico». «È incredibile» tuona l'avvocato che ha seguito il ricorso della Bastioni di Sangallo davanti al Tar, Stefano Vinti, docente di diritto amministrativo alla Sapienza: «Quello che hanno chiesto i miei clienti è un piano di riqualificazione dell'area per aprire un campo da golf: non ci sono cubature, non c'è niente da costruire. E la soprintendenza? Ha obiettato che dovevamo presentare la storia filologica dell'area, ed elencare gli interventi degli studiosi. Ma le pare un criterio? E poi» conclude «eliminare il Tar come ha detto La Regina? È incredibile che si possano fare affermazioni del genere. Il Tar è l'unico baluardo rimasto a tutela dei cittadini di fronte a provvedimenti illegittimi». Sta calando il buio, la zona adesso è trafficatissima. Alla fine di viale Baccelli c'è un buco nella rete: un ragazzo si guarda intorno, poi entra. Fortunato fruitore di una delle tante meraviglie di Roma.