Sarà pure presto per un consiglio di amministrazione unico per le istituzioni culturali in Trentino, anche se stentiamo a capire perché, ma una strategia di governo che tenga conto di alcuni criteri essenziali sarebbe davvero auspicabile. O, meglio, sempre più indispensabile. Al primo posto dovrebbe esserci quello di cui si avverte di più la mancanza: un'integrazione dell'offerta, tutta pubblica e quindi governabile con una scelta autorevole capace di agire per priorità. L'integrazione dell'offerta è la condizione per renderla leggibile e distintiva, internazionale e rispondente al primo obiettivo che deve avere la cultura: favorire l'apertura e l'estensione del pensiero delle persone; aumentare il numero delle possibilità di capire se stessi e il mondo; crescere in civiltà e in qualità della democrazia. Al secondo posto di un governo integrato dovrebbe esserci l'obiettivo di evitare la «petrolizzazione» della cultura. È troppo tempo che sentiamo dire che «la cultura è il petrolio d'Italia». Intanto, se così fosse, visto come la tuteliamo, gestiamo, valorizziamo e, soprattutto, quanto ci investiamo, le nostre automobili sarebbero tutte ferme. A parte gli scherzi, le ragioni in cui risiede il valore inestimabile della cultura non riguardano l'intrattenimento bensì l'educazione, in senso lato e profondo. La cultura ha come scopo aiutare ognuno di noi a tirare fuori (educare viene dal latino ex ducere, condurre fuori da) il meglio di sé e a metterlo in comune. Proprio in queste ore abbiamo sentito, con grande soddisfazione, la nuova segretaria dell'Unesco, Marcella Morandini, affermare che le potenzialità del riconoscimento delle Dolomiti come patrimonio dell'umanità non emergono senza una fitta rete di azioni educative e formative per la popolazione, gli operatori e gli amministratori. Noi possiamo ridurci alla condizione di «non vedere di non vedere» e solo la cultura ci può far riacquistare la vista. Altro che petrolio, si tratta di alimenti per la mente al fine di avere delle teste ben fatte per vivere nel presente. Qui emerge un'altra questione riguardante i beni culturali che, più o meno sottotraccia serpeggia pure in Trentino, com'è evidente anche dalle nomine recenti: la tendenza a consegnare la cultura alla sfera del turismo e all'orientamento, quando non all'azione, privatistica. Si dimentica, come cattivi imitatori, che laddove nel mondo l'intervento privato e la presenza di privati esistono, sono del tutto disinteressati e non riguardano il governo e le scelte, ma la donazione di risorse finanziarie, per ragioni fiscali, di reputazione, di riconoscimento storico e sociale. Altra cosa è immaginare che, anziché emancipare la governance e il management pubblici verso capacità specifiche per i beni culturali, basti trasferire logiche aziendalistiche per fare andare meglio tutto. Eppure viviamo in un Paese in cui, sulle logiche «aziendalistiche», in vent'anni, qualcosa avremmo dovuto imparare. Abbiamo un articolo 9 della Costituzione che tutto il mondo ci invidia e varrebbe la pena partire da lì («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»). Cerchiamo di calarlo effettivamente anche da noi.