Ha appena aperto i battenti la nuova esposizione del Mart, «Persi nel paesaggio». Una mostra molto interessante e pop, che usa le arti visive per descrivere il mondo di segni, culture, forme in cui viviamo, ossia il paesaggio. Una mostra insieme a quella di Italia Nostra visitabile in piazza Italia che apre nuove riflessioni su un tema, da anni, ormai «il tema». Ovunque nella politica, tra i movimenti di opinione, in enti e istituzioni, fino ai commenti di importanti opinion leader, ai continui interventi pubblici, agli articoli di stampa nazionale, alle ricerche universitarie è al centro di sempre maggiore attenzione. Nuovi fronti di discussione riguardano anche le scelte industriali del dopoguerra in un Paese in cui le più grandi risorse tra bellezza, arti, paesaggi seppure maltrattate conservano uniche le peculiarità. Se il Mart, cui si affianca il Muse con i suoi geo-paesaggi, sente il bisogno di aprire una nuova strada, è segno che si tratta di un tema che attrae e crea interesse. Non basta però. Siamo all'inizio di una nuova fase: si tratta di costruire intorno a un bene tema che accomuna tutti chi il paesaggio lo vive quotidianamente come chi lo trasforma una nuova attenzione, una cultura adeguata, la formazione di professionisti che guardino al futuro. Il paesaggio insegna che dentro al suo corpo c'è di tutto: architettura, arte, geografia, agronomia, botanica, ecologia, chimica, scienze naturali varie, antropologia, cultura e letteratura, estetica, ambiente, idrografia, infrastrutture, energia. Per impedire che ancora una volta la distruzione di parti del patrimonio paesaggistico avvenga per incapacità di coglierne la complessità e governarne le tutele e le trasformazioni a volte necessarie occorre un approccio che gli americani, da tempo, chiamano «ecological design», cioè progetto ecologico. Ovvero tenere insieme, in una sola regia, tutte le competenze che richiede il paesaggio oggi e domani. A Lille, l'architetto Odile Decq apre una nuova scuola di progettazione che si chiama «Confluence»; qui convergeranno scienziati e progettisti che produrranno idee, prototipi, strategie per industrie e comunità, per un pianeta futuro migliore, usando il modello interdisciplinare, un modello che proprio il nostro Rinascimento ha inventato ed esportato nel mondo. Non possiamo dunque «perderci nel paesaggio», se non in quello struggente delle opere che ci propone il Mart. Al contrario, è qui che dobbiamo, nei prossimi anni, ritrovarci insieme. Saremo in grado di ricostruire i nostri quartieri, ripensare i piani regolatori, rendere sostenibili case e industrie, stare di nuovo in equilibrio con la natura, avere scienziati «umanisti», apprezzare e riscoprire le arti, ripescando gli artigiani, tornando a mangiare meglio. Per riprenderci un sapere nostro, per tradurlo in formazione e produzioni avanzate, dunque avere progettisti-architetti-naturalisti-scienziati che sapranno farci vivere in ambienti migliori. Dentro il paesaggio, non contro.