È LA fine degli anni Cinquanta e la mitica locomotiva E426 delle Ferrovie dello Stato fischia per la prima volta sulla Palermo-Messina, col suo carico di merci e passeggeri. Raggiunge appena i 50 chilometri orari ma per l'epoca è già tanto: è il primo treno elettrico della Sicilia, dove l'energia della luce sta a poco a poco soppiantando il carbone dei treni a vapore, con anni di ritardo rispetto al resto dello Stivale. Finisce la sua corsa negli anni Ottanta, sostituita da macchine più potenti. Adesso, a trent'anni dal suo pensionamento, è tornata a viaggiare. Non sui binari che solcano i panorami della costa settentrionale dell'Isola, ma al parco delle Favorita. O meglio, dentro le stanze del museo etnoantropologico Giuseppe Pitrè. Un modellino 160 volte più piccolo del suo gemello reale, ma uguale in ogni particolare. Donato assieme ad altri 179 pezzi da collezione da Arianna Brusca e suo marito Renato Marchetti. Un tesoro in miniatura, cresciuto giorno dopo giorno nell'arco di settant'anni di peregrinazioni da un capo all'altro dell'emisfero. Europa, Cina, Giappone, America, Africa, India. I coniugi Marchetti non si fanno mancare proprio nulla. E in ogni luogo che visitano comprano un modellino. Lei siciliana di Alcamo, lui laziale di Frosinone, si sposano a Roma nel 1961. A unirli, oltre all'amore, la passione per i viaggi. Curiosità, brama di conoscere, senso di libertà: pur di appagarle sono disposti a rinunciare ad avere figli. Ma c'è una cosa a cui non rinunciano: portarsi a casa, alla fine di ogni avventura, un pezzo di storia. Che, soprattutto per Renato, ha le linee lunghe delle rotaie, il rumore degli sbuffi delle locomotive, il ritmo regolare dei vagoni in corsa verso mete sconosciute. Il trenino per lui è metafora del viaggio. Scheggia di vita passata. Rimembranza. Ora che non c'è più un tumore se l'è portato via quattro anni fa è Arianna a raccontare l'inizio di un amore. «La sua frenesia per i modellini comincia all'inizio degli anni Quaranta. Renato ha poco più di dieci anni. Il padre regala al fratellino più piccolo un trenino giocattolo elettrico. Un dono che non esalta il piccolo destinatario, ma fa breccia nel cuore di mio marito». Da allora Renato non ha mai più smesso di far correre sui mini-binari i suoi trenini. E nemmeno di montare sui veri treni: assunto giovanissimo come rappresentante alla Olivetti, non disfa mai le valigie. Mano nella mano con Arianna, che ben presto diventa il capogruppo dell'associazione "Avventure nel mondo". Oggi la loro collezione arriva a sfiorare i 300 pezzi. Dai modellini in scala N, donati al museo palermitano, a quelli più grandi in scala HO, finiti al museo del giocattolo di Zagarolo, nella provincia romana. Pezzi delle più note case produttrici di fermodellismo, italiane ed estere: dalla low-cost vicentina Lima alla più sofisticata rivale comasca Rivarossi fino al top in Europa, la tedesca Fleishmann. L'unica tra le tre ad essere sopravvissuta alla crisi che ha sepolto il settore. È stata Arianna a insistere perché questi gioielli in miniatura finissero la loro corsa a Palermo: «Qualche anno fa racconta abbiamo fatto visita al museo Pitrè. Da appassionati della cultura materiale, quella che si fa per strada e non dentro i templi del sapere, ne siamo rimasti incantati. Per questo lo abbiamo scelto». Un proposito a futura memoria. Perché, finché è vissuto, Renato da quei trenini non è mai riuscito a staccarsi. «Dopo la morte dei suoi genitori racconta Arianna, oggi ottantenne aveva deciso di destinare la casa che ormai era libera ai suoi modellini». Una ferrovia domestica che corre lungo i cento metro quadrati dell'appartamento ormai adibito a museo. Oggi trasferita per intero al Pitrè. Prima di accettarla, la direttrice Eliana Calandra e il suo braccio destro Patrizia Amico hanno chiesto un parere alla Soprintendenza dei beni culturali, che l'ha giudicata degna di arricchire le collezioni di carretti siciliani, pupi, presepi e oggetti simbolo della tradizione che riempiono le stanze del museo. Il valore attribuito è di cinquemila euro: una valutazione al ribasso, considerato che una composizione di trenini Rivarossi o Lima, è venduta fino a 400 euro su eBay. Ma per gli appassionati di fermodellismo, che in città hanno messo su ben due circoli, il "Tomaselli" di via Sampolo fondato nel 1954 e l'associazione Treni doc nata nel 1995, quei trenini non hanno prezzo. E il sogno di vederli sfrecciare di nuovo potrebbe ben presto diventare realtà. «Appena possibile promette la direttrice del museo allestiremo una mostra». Così sarà possibile tornare ad ammirare la prima locomotiva italiana che ha raggiunto i 200 chilometri di velocità, la E 444 che ha viaggiato sulla direttissima Roma-Firenze. O i primi modelli diesel delle Ferrovie dello Stato che dalla fine degli anni Cinquanta hanno trasportato merci e benzina ai tre angoli della Sicilia. Chi non ricorda il leggendario treno del vino che dal capoluogo portava le botti fino a Trapani? O la locomotiva elettrica E424 che negli anni Settanta, col suo seguito di vagoni merci, esportava le Fiat 126 dallo stabilimento di Termini Imerese in tutta Italia? Ma c'è un pezzo, tra tutti, che stuzzica i cultori: quell'E626, perfettamente identico al suo gemello 160 volte più grande custodito nel deposito locomotive di Brancaccio. Datato 1959, è stato donato all'associazione Treni doc dal circolo veneto "La Carrozza matta" per essere restaurato. Un lavoro portato avanti a titolo gratuito dai 48 soci dell'associazione di via Perpignano che da 20 anni si occupano del restauro filologico dei treni dismessi. Il presidente Daniele Fucarini, assieme al suo vice Roberto Moncada e agli iscritti, hanno anche fatto risorgere lo storico treno a vapore che correva lungo la Palermo-Cefalù, uguale a quelli che compaiono in alcuni episodi della serie "Don Camillo e Peppone". Perché, anche se oggi il "gigante delle rotaie" è caduto in disgrazia, rimane pur sempre nel dna della storia d'Italia. Anche al di qua dello Stretto.
la Repubblica
4 Aprile 2014
Il tesoro dei trenini ferma a Palermo il Pitrè accoglie la collezione d'autore
GI
Giusi Spica
la Repubblica
La locomotiva E426 delle Ferrovie dello Stato, che ha fatto la sua prima corsa sulla Palermo-Messina negli anni Cinquanta, è tornata a viaggiare. Questa volta, però, non sui binari, ma al museo etnoantropologico Giuseppe Pitrè a Palermo. Il modello, donato assieme ad altri pezzi da collezione, è stato acquistato da Arianna Brusca e suo marito Renato Marchetti, appassionati di fermodellismo. La coppia ha iniziato a raccogliere modellini negli anni Quaranta e oggi la loro collezione arriva a 300 pezzi. I modellini sono stati donati al museo per essere esposti.
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