IL DIBATTITO innescato su queste pagine dall'articolo di Renato De Fusco ("Diamo un tetto alle rovine di Pompei") sollecita una riflessione sul rapporto tra archeologia e architettura. Le due discipline condividono la radice greca archè (l'origine, l'antico) ma diverso appare il loro obiettivo ultimo. La prima si appunta sulla conoscenza e descrizione delle antiche vestigia, mentre l'arte del costruire fa di esse la "tradizione delle forme" da cui produrre il nuovo che per Gardella «non può che affondare le sue radici nel passato». L'architettura trae dai monumenti memoria e lezione, alimento per il suo sviluppo progressivo. L'archeologia si fonda sulla diacronia, mentre l'architettura, nella riflessione teorica e nella pratica del progetto, è decisamente sincronica: guarda al passato come coesistenza, prescindendo dalle datazioni, ricercando le strutture formali incorporate negli exempla. Per Foucault, l'architetto che si misura con l'antico, assume una "episteme classica": il tempo non ha un valore determinante e distintivo. L'esigenza di ridare vita e forma a una rovina può condurre a una ri-costruzione critica non certo in stile in cui l'antico riecheggia nel nuovo capace di donare nuova vita proseguendo un ordine di relazioni formali preesistente. La distinzione tra "materia signata" ("palinsesto") di San Tommaso determinata dalle trasformazioni di un corpo nella sua vita che induce i restauratori integrali a mettere in scena tutte le stratificazioni, incluse le ingiurie del tempo e "hæcceitas" di Duns Scoto che guida e legittima l'architetto ad intervenire sulle opere del passato per riprogettarne l'identità perduta in una nuova sintesi formale, si accentua sino a diventare inconciliabile, nel campo archeologico, dove il valore dei reperti è universalmente riconosciuto. Le azioni sulle rovine in Italia spesso si limitano alla conservazione neutrale: sostegni provvisori, passerelle diafane, superfici di sacrificio. All'intervento di Valadier al Colosseo che interpreta la struttura formale del manufatto antico e a quello di Stern che realizza un puro contrafforte, oggi si preferirebbero mere opere provvisionali in tubi innocenti ("innocenti" perché non hanno responsabilità di forma). Una pura conservazione che esclude il ri-progetto, la rimessa in opera dell'antico, come era accaduto a Michelangelo nelle Terme di Diocleziano rianimate per dar forma alla chiesa di Santa Maria degli Angeli o a Peruzzi nel Palazzo Orsini realizzato in sintonia con le rovine del Teatro di Marcello. L'urgenza della conservazione e valorizzazione di siti archeologici Pompei, Ercolano, Agrigento o dei cospicui ritrovamenti dell'"archeologia urbana", credo sia innanzitutto un problema di progettazione, non rinunciando all'imprescindibile classificazione degli archeologi senza la quale ogni ipotesi sarebbe inconsapevole e incolta. Non so se il "tetto unico" a Pompei di De Fusco sia una soluzione percorribile o un'utopia estrema, ma rispetto all'immota contemplazione dello sfacelo delle rovine o alla rinuncia a portare alla luce parti ancora sepolte sollecita alla cultura architettonica un dibattito ineludibile. Una mega-copertura per tutta la città come nelle ipotesi radicali di Archigram e di Fuller oppure distinti ripari (ricalcando gli isolati o sui grandi complessi) che si accordino con l'impianto urbano? Quale la natura di queste coperture? Spostabili e "abitabili" come nelle ipotesi di Renzo Piano o "riflettenti" come i ripari di Foster a Marsiglia? Esibizioni tecniche "acrobatiche" per non interagire in alcun modo con le rovine o, in termini più attenti, soluzioni puntuali riferibili agli assetti formali della città e dei reperti, reinterpretando anche per contrasto un ordine rinvenibile? Sarebbe importante su questi temi avviare un confronto multidisciplinare che non riduca la portata delle questioni a timidezze e veti incrociati, ma incida realmente sullo status quo per fermare e non solo arginare il degrado e l'abbandono che questo straordinario patrimonio dell'umanità non merita.
POMPEI - Mettere l'antico al riparo
Il dibattito sollevato dall'articolo di Renato De Fusco sulla conservazione delle rovine di Pompei solleva questioni sulla relazione tra archeologia e architettura. L'archeologia si concentra sulla conoscenza e descrizione delle antiche vestigia, mentre l'architettura trae ispirazione dai monumenti per creare nuove forme. L'archeologia si basa sulla diacronia, mentre l'architettura è sincronica, cercando di comprendere le strutture formali degli esempi antichi. Foucault ha descritto l'architetto che si misura con l'antico come assumendo una "episteme classica", in cui il tempo non ha un valore determinante.
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