ERA scomparsa. Di quella undicesima mummia si erano perse le tracce. Una volta sbarcata a Livorno, assieme a molti reperti archeologici portati dall'Egitto alla Toscana da un giovane professore pisano di Lingue Orientali, Ippolito Rosellini, quell'undicesimo sarcofago e il suo contenuto pareva essere stato inghiottito dal niente. 29 dicembre 1829. Il giovane professore pisano era reduce da una gloriosa spedizione franco-toscana con scavi fra Tebe e Abydos, in compagnia di Jean Francois Champollion, cioè colui che aveva appena decifrato i geroglifici, la scrittura degli antichi egizi. Fu una missione storica che segna una pietra miliare per le raccolte d'arte egizia del Louvre di Parigi e del Museo Egizio di Firenze luoghi in cui confluiscono i reperti (la spedizione era stata finanziata dallo Stato francese e dal Granducato di Toscana). Il giallo dell'undicesima mummia è rimasto per anni irrisolto. Che fine aveva fatto? Era stata distrutta? A sciogliere il giallo ci ha pensato l'anno scorso Marilina Betrò, presidente del sistema museale dell'ateneo di Pisa e docente di Egittologia. Il percorso che ha portato a disvelare il mistero diventerà oggetto di una affascinante mostra che si apre il 12 aprile al Museo di Storia Naturale di Calci e che ci permetterà anche di conoscere la storia di Kenamun. «L'undicesima mummia non venne mai consegnata al Granduca Leopoldo II perché si era danneggiata nel trasporto per mare spiega la studiosa dell'università di Pisa di lei avevo trovato traccia in un archivio di Praga dove sono conservati parte dei documenti di Leopoldo II. Fra le carte c'era pure l'elenco dei reperti portati da Rosellini per il Granduca». Ma una delle undici mummie versava in cattivo stato di conservazione («aveva preso l'acqua nell'avventuroso viaggio di ritorno da Alessandria d'Egitto a bordo del mercantile Cleopatra») così venne accantonata e probabilmente regalata da Rosellini stesso all'amico Paolo Savi direttore del Museo di Storia Naturale di Calci (Pisa). «È lì infatti che l'ho rintracciata, anzi me l'ha rintracciata il direttore attuale del museo, Roberto Barbuti. Era in una scatola, sepolta in magazzino. Lo scheletro era stato ripulito nell'Ottocento, le bende non esistevano più, ma sul cranio c'era la scritta inequivocabile: 3064. Scheletro di una delle mummie portate d'Egitto dal professor Rosellini E poi c'erano pure i resti del processo di mummificazione». Quelle ossa era quel che rimaneva di Kenamun, fratello di latte del faraone Amenofi II. Siamo intorno alla fine del XV secolo avanti Cristo. Kenamun, spiega Marilina Betrò nel saggio che apre il catalogo della mostra edito da Ets, era uno dei favoriti alla corte di Amenofi II che «aveva creato una rete di potere basata su pochi intimi assai influenti. Tra questi era il Gran Maggiordomo del Re, proprio Kenamun, amministratore della più importante città portuale e base navale dell'Egitto del nord: Perunefer, il porto del buon viaggio». Dove fosse Perunefer è questione di dibattito fra gli storici, secondo alcuni sarebbe stata presso l'antica Menfi, secondo altri presso l'antica Avaris. Di certo Kenamun era un giovane potente, di cui il faraone si fidava tanto che gli conferì diverse cariche. Eppure la sua vita finì presto, fra i 25 e i 30 anni e non in gloria. «Ce lo dice il suo sarcofago» riprende la ricercatrice pisana che dirige una missione archeologica a Tebe. Perso e ritrovato, il sarcofago reduce anche lui da quel viaggio in mare sul mercantile Cleopatra, si trovava nei magazzini del museo egizio di Firenze: «È in cattivo stato di conservazione spiega Marilina Betrò manca il coperchio che in genere era l'elemento più curato e spesso più lussuoso del corredo funerario, ma ci sono scritte e pitture che hanno per soggetto divinità funerarie ». La tomba di Kenamun viene trovata dagli operai di Jean Francois Champollion e Ippolito Rosellini quando i due erano lontani dallo scavo: «Si erano raccomandati che nel caso del ritrovamento di tombe intatte, gli operai non toccassero niente, ma non sempre andò in questo modo» riferisce l'egittologa. Proprio la tomba con i suoi affreschi e con gli oggetti che conteneva, ci svela come il fratellastro del faraone fosse finito in disgrazia: «La tomba fu sottoposta scrive Betrò nel saggio che apre il catalogo della mostra a una furia distruttiva che si accanì quasi esclusivamente sulla sua figura, sul suo nome e sui titoli». Come se qualcuno volesse cancellarne anche il ricordo, anche soltanto la memoria: «chi lo seppellì volle tuttavia ricordare che era stato uno dei favoriti del faraone. Per questo, smontato nella sua tomba Rosellini trovò il cocchio da corsa che aveva avuto in regalo e col quale andava nel deserto e a caccia». Un oggetto che è conservato al museo egizio di Firenze e che arrivò in dono assieme a centinaia di altri preziosi reperti al Granduca di Toscana. Quel cocchio da corsa, tuttora esposto al museo fiorentino, risulta essere fra i più antichi del mondo: sei vennero trovati nella tomba di Tutankhamon, uno in quella del suocero di Amenofi III, uno in quella di Kenamun sulle alture di Luxor, «maestosa e certo magnifica in origine». È quasi sempre così, prima della caduta.