Il Consiglio Regionale della Lombardia del prossimo 8 aprile avrà conseguenze importanti per la nostra montagna. L'ordine del giorno prevede infatti una proposta di modifica di alcuni articoli della legge regionale 312008, che regolamenta la viabilità sulle strade agro-silvo-pastorali. L'intento è introdurre una deroga, che consenta agli enti proprietari di autorizzare il transito temporaneo dei mezzi motorizzati, facendo riferimento a un regolamento regionale non ancora definito. Immediatamente le associazioni ambientaliste, le sezioni lombarde del Club Alpino Italiano e molti cittadini si sono mobilitati e le adesioni alla petizione inoltrata alla Regione sono ormai più di undicimila. Nel frattempo anche i motociclisti si sono mossi e la loro contro-petizione a favore del traffico motorizzato su sentieri e mulattiere ha superato le duemila firme. È evidente che sia gli escursionisti che i motociclisti hanno il diritto di praticare i rispettivi sport e salire a piedi non è di per sé attività più nobile che cavalcare un mezzo meccanico. Club Alpino e Moto Club sono associazioni ugualmente degne e interlocutori ugualmente importanti per la politica. Ma se spostiamo l'attenzione dai diritti dei soggetti a quelli della collettività, ci rendiamo conto che il discorso cambia. Dietro la lotta dello scarpone contro il motore si agita una questione cruciale, che ha a che fare con la tutela di un ambiente naturale, al quale è l'intera collettività ad attribuire la massima importanza. Fino dalla loro scoperta settecentesca le montagne sono apparse come degli spazi, che per ragioni morfologiche, economiche e storiche avevano conservato una qualità ambientale superiore alle aree sottostanti, investite dalle poderose trasformazioni innescate dalla rivoluzione industriale. Malauguratamente, mentre celebrava la mirabile diversità delle dentate, scintillanti vette, il turismo alpino ne costituiva la principale minaccia. Stanca di chiasso, traffico, inquinamento, la folla solitaria delle metropoli cercava di curare il disagio della civiltà fra i pascoli alpini. Il risultato è che oggi le Alpi sono imbrigliate da una rete di dodicimila chilometri di impianti di risalita, sono attraversate da quattromila chilometri di autostrade, sono abitate da dodici milioni di persone e vengono visitate ogni anno da cento milioni di turisti. Il rischio che si trasformino in una Disneyland dello sport e del tempo libero è tutt'altro che nominale. Proprio per questo occorre difendere le montagne da attività che abbiano un impatto troppo pesante su una natura tutto sommato fragile e assediata. Occorre invece valorizzare le altre attività, quelle sostenibili, che tutelino questo prezioso patrimonio ambientale e garantiscano la possibilità di tramandarlo alle generazioni future. Fatto salvo il diritto di tutti di visitare le montagne, occorrerà di volta in volta valutare se quel diritto non entri in conflitto con il diritto della collettività di difenderne l'ambiente. La mia libertà di sportivo finisce dove comincia quella della società, che giustamente protegge un bene di tutti. In un'area già congestionata e assediata l'escursionismo e l'alpinismo recano danni incomparabilmente inferiori a quelli del motociclismo. Per questo la collettività ha il diritto di fermare i motociclisti, come ha il diritto di impedire la costruzione di nuove strade, di nuovi impianti di risalita, di insediamenti abitativi che deturpino aree di pregio. Per venire alle povere Orobie, assediate come sono da uno dei bacini più densamente abitati e industrializzati della penisola, esse restano un polmone verde a portata di mano, la meta di una fuga nella natura veloce, economica e poco impegnativa, uno spazio in cui rigenerarsi dal frastuono dell'A4 o degli aerei di Orio. Aiutiamole a serbare la loro diversità, affinché possano continuare a svolgere la loro preziosa funzione nell'interesse di tutti noi.