Stefano Boeri architetto Qualche settimana fa ho chiesto a 300 studenti di un liceo classico milanese riuniti in autogestione di dirmi dove stava la Pietà Rondanini di Michelangelo: si sono alzate sei mani. Eppure la Pietà Rondanini potrebbe diventare per Milano quello che il David è per Firenze, la Cappella Sistina per Roma, la tomba di Lorenzo de' Medici per Urbino. Un'opera rivelatrice dell'anima profonda della nostra città. Io non credo che questa amnesia collettiva sia da addebitare in toto all'attuale allestimento dell'opera nascosta dietro una quinta di pietra nell'ultima sala delle Raccolte civiche del Castello. Credo però che quel sofisticato allestimento sia diventato col tempo eccessivo. Eccessivo nella sua presunzione di decidere un unico percorso di avvicinamento e scoperta della scultura; eccessivo nell'impedirne una visione circolare a distanza variabile. Eccessivo perfino nel comprensibile tentativo di «proteggere» dallo sguardo immediato un'opera che nel dopoguerra era ancora considerata«minore». La verità è che oggi percepiamo meglio la potenza che l'ultima Pietà di Michelangelo sprigiona. Quell'idea di reciprocità che la fusione dei due corpi trasmette anche a chi non è credente. E quella incompiutezza delle figure che sembra ostinatamente domandare a chi la guarda un senso, per completarsi. La Pietà Rondanini merita un luogo dove liberare la sua potenza, fuori dai lacci dell'eleganza e dello stile. E sono felice che l'assessore Del Corno abbia deciso di portare a termine l'idea di un Museo dedicato alla Pietà all'interno dell'ex Ospedale Spagnolo che affaccia sulla Piazza d'Armi del Castello. Uno spazio che per storia, spazialità e proporzioni si presta ad accogliere quel pezzo di marmo alto 194 centimetri su cui l'artista lavorò ostinatamente fino a poche ore prima della morte. Resta il rammarico che, in attesa del Museo, sia stato abbandonato il progetto definito al dettaglio e approvato dalla giunta di ospitare per un tempo limitato la Pietà nella cupola centrale del carcere di San Vittore. Sarebbe stato un grande atto di coraggio e di generosità richiamare lo sguardo del mondo verso un luogo che incarna la vergogna delle condizioni delle carceri italiane. E offrire agli abitanti di San Vittore la presenza muta e struggente di una scultura che incarna un concetto di pietà diverso dalla semplice compassione. Quasi a sollecitare Milano a riscoprire la propria anima.