In Italia si organizzano molti corsi di storia dell'arte, aperti al pubblico. Li organizzano associazioni come gli Amici di Brera e gli Amici dei Musei di Roma, istituzioni pubbliche come il Comune di Genova. Senza dimenticare, naturalmente, il Fai. Il successo dei corsi certificato dal pubblico. Numeroso, anche al di là delle aspettative degli organizzatori. Come accaduto ad esempio alla fine del 2012 ai "martedì dell'arte", un ciclo di otto lezioni intitolate "L'altra lingua degli italiani, l'arte figurativa, il paesaggio e l'identità nazionale", organizzate dalla Fondazione Napoli 99 ed ospitate nel Teatrino di Corte di Palazzo Reale, a Napoli. Una circostanza questa che sembra quasi inaspettata, considerando lo spazio più che esiguo che la materia ha nei corsi scolastici degli istituti di secondo grado. Mentre gli italiani si mettono in fila per ascoltare le lezioni tenute da studiosi di chiara fama, a scuola la storia dell'arte è stata derubricata ad insegnamento secondario. La storia di questa irragionevole dismissione recente. Come noto. La riforma Gelmini nel 2008 ha soppresso, o drasticamente tagliato, gli insegnamenti di Disegno e Storia dell'Arte negli istituti professionali e in quelli tecnici. Storia dell'arte è stata ridimensionata anche nei "nuovi" licei classici e linguistici e negli indirizzi di Turismo e Grafica degli Istituti tecnici e dei professionali. Inoltre è stata ridotta nei bienni dei licei scientifici. Infine negli artistici si è eliminato l'indirizzo Beni Culturali e gli istituti d'arte sono stati soppressi o obbligati a reinventarsi in professionali o in licei artistici. Le conseguenze di queste dissennate scelte hanno prodotto guasti evidenti. A partire da un crescente un analfabetismo iconografico. Ironizzando su questo status quo il sito bloggokin.it, alcune settimane fa, ha lanciato alcuni banner nei quali, celebri dipinti, venivano ri-nominati. Così la dama dell'ermellino di Leonardo è diventata "La sciura col cane in braccio", mentre la ragazza con il turbante di Vermeer è definita "La ragazza con la fascia azzurra in testa". Il commento "Vogliamo un Paese in grado di sostenere l'Arte". Cosa che continuiamo a non fare. All'argomento alcuni anni fa Cesare de Seta ha dedicato un pamphelet (Perché insegnare la storia dell'arte, Donzelli) che muove da un'idea forte di Giovanni Gentile. Consapevole del primato dell'Italia, Gentile, nella riforma del 1923, decide di inserire l'insegnamento della Storia dell'arte nei Licei classici. Quel primato nasceva certo dal fatto che l'Italia è uno dei Paesi nei quali più si è prodotta arte. Siti archeologici e materiali antichi esposti in tanti musei, non di rado entrati a far parte di collezioni di spazi espositivi di mezzo mondo. Architetture civili e religiose di pregio. Pinacoteche nelle quali si raccolgono tele di veri e propri maestri. Ma a fare davvero la differenza è altro. L'Italia è uno dei pochissimi Paesi che hanno prodotto anche una narrazione di eventi dell'arte. Nella Kunstliteratur di Julius Schlosser vengono indicati, quali incunaboli della storia dell'arte, i tre Commentarii di Lorenzo Ghiberti, che contengono biografie di artisti, organizzate secondo una parabola evolutiva il cui inizio nell'antichità greco-romana è delineato nel primo Commentario. Ma già nel Medio Evo vengono citate notizie sulle arti tratte da Plinio. Alle quali ne fanno seguito altre. Ma la storia dell'arte non nasce né con Winckelmann, né con Vasari, né con Ghiberti. Attraverso Plinio tutti questi autori risalivano infatti al modello della più antica letteratura di storia dell'arte, nata nella Grecia classica. Ma al di là delle singole questioni, dei differenti capitoli della Storia, rimane l'essenza della storia dell'arte. Del suo studio. Funzionale alla comprensione. Di quel che ci circonda. Delle immagini restituite dal passato, naturalmente. Ma anche offerte dal presente. La storia dell'arte è un sapere che va inteso non come esperienza a circuito interno, né come mera alfabetizzazione sulle vite dei pittori e sulle tecniche compositive e, neanche, come meccanico esercizio archivistico-filologico, ma come forma alta di educazione civica. Comprendere e conoscere sono momenti imprescindibili. Almeno, dovrebbero esserlo. "La storia dell'arte è una cosa in cui è necessario travasare noi stessi e che quindi ci riguarda direttamente tutti: uno specchio in cui si riflettono i motivi più vivi e inquieti del nostro tempo", scriveva Giuliano Briganti. Insomma non si tratta "solo" di conoscere e interpretare. Ma anche di "vedere", istituendo relazioni. Collegando Dante e Giotto, Tasso e Michelangelo, Ariosto e Tiziano, Joice e Picasso. Dando un maggior respiro ad una materia che è molto più di un insegnamento. Roberto Longhi, in maniera lungimirante scriveva che sarebbe stato auspicabile agire sulla scuola "ampliando l'asfittico spazio concesso a quella storia dell'arte che ogni italiano dovrebbe imparar da bambino come una lingua viva, se vuole avere coscienza intera della propria nazione". Non se ne è fatto niente. Naturalmente.