Ci va giù pesante Vittorio Sgarbi commentando l'arrivo a Firenze della "Tavola Doria", discussa copia del capolavoro perduto della "Battaglia d'Anghiari" di Leonardo da Vinci Firenze, 28 marzo 2014 - «LA TAVOLA DORIA? Non è di Leonardo da Vinci, non è un capolavoro, non è opera di un maestro toscano del '500. È una modesta e sgradevole patacca di un pittore del '600, rimaneggiata nei recenti restauri, come si può vedere al confronto con la fotografia degli anni '50 di Girolamo Bombelli, utilmente allegata da Isman». Ci va giù pesante Vittorio Sgarbi commentando l'arrivo a Firenze della "Tavola Doria", discussa copia del capolavoro perduto della "Battaglia d'Anghiari" di Leonardo da Vinci, che resterà esposta fino al 29 giugno nella Sala delle Carte Geografiche degli Uffizi prima di tornarsene, per 4 anni, al Fuji Art Museum di Tokyo. «È un'opera scolastica, goffa, meccanica, ripetitiva, d'infima qualità - tuona Sgarbi, punzecchiando il direttore della prima galleria fiorentina - . Non riesco a credere che il mio amico Antonio Natali esponga una ciofeca da Porta Portese, che non supera i 2mila euro di valore: qualunque spesa che serva per esporla e recuperarla è un crimine dello Stato contro se stesso; posizione condivisa, oltre che da me, da Nicola Spinosa e Antonio Paolucci». DAL CANTO suo, il direttore non si scompone: «Non commento, lascio le polemiche agli altri - si stringe nelle spalle Natali - , mi limito solo a dire che gli Uffizi accolgono la "Tavola Doria", tornata in Italia grazie a un accordo con il Giappone dopo una complessa vicenda giudiziaria, su richiesta del ministero dei Beni culturali». Dopo mille peripezie, trafugamenti e acquisti in buona fede, la tavola della discordia è adesso patrimonio dello Stato Italiano, assegnato al museo fiorentino, dove resterà per 100 giorni prima della trasferta nipponica. L'opera era uscita illegalmente dall'Italia e rientrata nel nostro Paese nel 2012, come donazione del Fuji Art Museum di Tokyo. Il ministero ha deciso di assegnarla in via definitiva agli Uffizi. «Leonardo sorriderà», sogghigna Sgarbi.