Maurizio Tira Ordinario di Urbanistica all'Università di Brescia e assessore a Desenzano Non v'è dubbio che uno dei temi che occupa maggiormente il dibattito urbanistico degli ultimi anni è il limite al consumo di suolo. Recentemente sono giunti a maturazione il disegno di legge parlamentare «Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato» e quello lombardo «Disposizioni per la riduzione del consumo del suolo e per il riuso del suolo edificato». Non è dunque particolarmente originale riproporre il tema, ma è urgente una riflessione sulla possibilità di successo di tali iniziative e sulla loro efficacia. Come non ascoltare, almeno per un momento, ciò che ha recentemente affermato il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli: «Io sono come un medico, mandato al fronte ad una guerra che non ho fatto io e al quale chiedono di curare gambe amputate, braccia ustionate e mani dilaniate con grandi paccate di aspirina. Ed invece servirebbero farmaci e strumenti ben più potenti»: uno stop alle nuove costruzioni per 10 anni, in modo da «investire tutto quello che c'è sulla messa in sicurezza del territorio». L'accento di queste accorate parole è sugli effetti pericolosi del consumo del suolo, ma sappiamo che la sfida del limite al consumo si gioca nella gestione del suolo agricolo. Quello che i piani urbanistici hanno tradizionalmente lasciato in bianco, le aree rurali può assumere un valore economico maggiore se si ferma l'urbanizzazione di nuovi suoli: da questo valore può scaturire una delle garanzie più forti alla conservazione e alla promozione di un uso proprio. Nel 2012 l'allora ministro dell'agricoltura, iniziando il percorso che ha portato al disegno di legge parlamentare, denunciava il preoccupante calo della produzione di beni primari, anche in Italia. Nutrire il pianeta, slogan di Expo 2015, forse non si rivolge solo ai paesi meno economicamente sviluppati, alle fasce di immensa povertà che tolleriamo, ma anche ai paesi più ricchi, che devono rivedere le loro politiche alimentari, anche rispetto alla qualità, che ben si coniuga con il paesaggio da salvare, col territorio da proteggere e mettere in sicurezza. Come diceva Luigi Einaudi, chi cerca soluzioni economiche a problemi economici è sulla falsa strada; la quale non può condurre se non al precipizio. Il problema economico è la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale. Non esiste quindi soluzione ad un problema economico che non trovi radici altrove. Per questo la valorizzazione delle aree agricole, che approda nelle scelte urbanistiche, deve radicarsi nell'educazione ambientale, nella maturazione di una coscienza collettiva, nell'indirizzo dei giovani a nuove professioni, nella diffusione di un modello di vita che promuova il lavoro della e sulla terra come parimenti dignitoso a quello talvolta effimero del terziario avanzato. Estendere il concetto di bene comune alle aree non edificate, dare priorità al riuso di aree dismesse, alla riorganizzazione di aree già edificate, assumere provvedimenti per riequilibrare i costi di intervento fra le aree agricole e quelle edificate da recuperare, elevare il reddito ricavabile dall'attività delle aziende agricole, sono alcune delle azioni che all'interno della cornice del contenimento del consumo di suolo devono arricchire il nostro orizzonte di azione per i prossimi non pochi anni.