Francesco Rutelli ex ministro dei Beni culturali e Presidente dell'Associazione priorità cultura Paolo Matthiae decano degli archeologi internazionali in Siria, scopritore della Città di Ebla La distruzione del patrimonio culturale in Siria ha ormai dimensioni catastrofiche, ma è circondata da un'inquietante rassegnazione. Il dramma umanitario, i morti e i profughi richiamano a stento l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale, e dunque pochi si occupano delle irreparabili devastazioni di uno dei patrimoni più importanti al mondo, che include le tracce neolitiche della prima vita sedentaria e della nascita dell'agricoltura, le antichissime città della seconda urbanizzazione del pianeta (come Ebla e Mari), la creazione del più antico alfabeto della storia, gli eccezionali resti archeologici romani, le memorie meravigliose del Califfato degli Omayyadi; monumenti, moschee, chiese, mercati e centri antichi. La cultura moderna è cambiata profondamente quando le classi dirigenti europee si sono poste un inedito problema: limitare le distruzioni del patrimonio culturale durante le guerre. Sfida straordinaria, difficile, spesso sotterranea, che inizia con le Lettere a Miranda (1796), con cui il francese Quatremère de Quincy denunciò «il danno causato all'Arte e alla Scienza dalla deportazione dei Monumenti dell'Arte dall'Italia» al termine delle campagne napoleoniche e richiese la restituzione dei capolavori-bottino di guerra, che infine Canova riuscì a riportare a Roma. Dopo le distruzioni della II Guerra Mondiale, questa conquista di civiltà è divenuta, da europea, universale: la Convenzione dell'Aia per la protezione del patrimonio culturale nei conflitti armati (1954) stabilisce che la distruzione dell'arte «danneggia l'intera umanità», e va prevenuta e impedita con l'impegno della comunità internazionale. Quando ci troviamo di fronte alla cecità dell'intolleranza politica o religiosa come nel caso della distruzione da parte dei talebani dei Buddha giganti di Bamiyan, in Afghanistan ci sentiamo impotenti. Ma oggi dobbiamo interrompere il silenzio quasi generale che circonda la distruzione del Patrimonio in Siria. Sir Harold Nicholson (diplomatico, scrittore, e membro del Gabinetto di guerra di Churchill) scrisse nel 1944: «Io sarei assolutamente pronto a farmi fucilare, se fossi certo che con questo mio sacrificio io potrei preservare gli affreschi di Giotto (...), un bene che mai più, in nessun caso, potrà essere creato di nuovo». Nessuno pensa che un sacrificio personale sarebbe produttivo nel disastroso contesto del conflitto siriano. Ma molte cose possono e debbono essere fatte. Con studiosi e personalità internazionali della cultura, abbiamo lanciato la Campagna per la salvezza del patrimonio culturale in Siria (www.prioritacultura.it). Tra i suoi obiettivi: monitorare il Patrimonio danneggiato; supportare ovunque possibile la guardiania dei siti in pericolo e, in collaborazione con l'Unesco, contrastare il traffico illecito delle opere trafugate. Una giuria internazionale premierà un soggetto che si sta impegnando con coraggio per salvare beni inestimabili. Abbiamo prodotto un filmato (con musiche di Ennio Morricone e la regia di Matteo Barzini) per sensibilizzare l'opinione pubblica e ci aspettiamo dal ministero della Cultura italiano e dall'Unione europea sostegno per realizzare una mostra («Siria. Splendore e Dramma») che dovrebbe ospitare, a Roma e in altre capitali europee, anche alcuni capolavori oggi riparati in depositi siriani. Questo patrimonio è una vittima dimenticata. Ma il suo destino non può esserci indifferente, se vogliamo restare legati alle radici stesse della nostra civiltà.