CHIEDO scusa agli specialisti e a chi ne sa più di me sul caso Pompei e forse quanto vado a esporre è già stato detto, ma queste considerazioni sull'argomento mi tornano sempre in mente ogni volta che si nomina il famoso sito archeologico, tanto vale comunicarle in una breve nota. Giorno dopo giorno si verificano danni alle costruzioni pompeiane e, a torto o a ragione, si chiedono i responsabili e si formula il proposito di una più efficace conservazione. Non entro in queste questioni perché ritengo più utile avanzare, a fil di logica, qualche proposta. Va detto anzitutto che a Pompei non si tratta di ripristinare qualche muro della casa di Tizio o di Caio, ovvero di restauro architettonico e nemmeno di proteggerlo con le tecniche tradizionali, ma di studiare un sistema di tutela per una intera città antica. Se per il restauro di un solo edificio, sebbene celeberrimo come il Colosseo, furono necessari lavori complessi e l'opera di due architetti a cavallo del secolo Giovanni Stern e Giuseppe Valadier, cui si devono, tra l'altro due speroni che frenano le teorie di arcate, un analogo consolidamento di dettaglio è impensabile per una città, anzi di due, Ercolano e Pompei. Ora, se queste si sono conservate per duemila anni si deve al fatto che sono state interrate e quindi protette dai danni naturali e umani. Cosicché la prima idea per la loro tutela sarebbe il ripristino dell'interramento. Se abbiamo veramente a cuore qualcosa di prezioso lo conserviamo in cassaforte piuttosto che esibirlo.