Nel 1990, in una delle prime ricerche sulla Lega Nord e sulle caratteristiche sociali del suo elettorato, il consorzio Aaster elaborò un questionario in cui si chiedeva di indicare anche quali erano le categorie professionali più «sgradite» agli elettori leghisti. La ricerca si svolse nelle più antiche basi dell'insediamento della Lega (le vallate bergamasche e altre zone della Lombardia) e diede risultati curiosi: a risultare particolarmente «sgradevoli» furono infatti anche i bibliotecari e gli archivisti. Il dato apparve bizzarro, perché si tratta di due professioni, come dire, del tutto innocue, non in grado di suscitare particolari rancori. I ricercatori dell'Aaster lo spiegarono così: da un lato, entrambi quei mestieri venivano considerati improduttivi, quasi parassitari; dall'altro, nelle comunità e nei paesi montani oggetto dell'inchiesta i bibliotecari erano spesso gli unici intellettuali del posto, depositari di una cultura locale che entrava spesso in contrasto con le esigenze economiche (turismo, costruzioni edilizie, nuovi insediamenti industriali, ecc.) che stavano particolarmente a cuore ai soggetti sociali che si riconoscevano nella Lega. Quella che allora poteva essere considerata quasi una nota di colore, sembra oggi essere diventata una scelta di governo. I dati sono questi: la Direzione generale per gli Archivi del Ministero per i Beni e le Attività culturali in due anni ha tagliato i fondi per le spese degli istituti archivistici del 40. Se si fa un raffronto sul quinquennio 1998-2003, i tagli ammontano al 63,46. Tanto per intenderci stiamo parlando degli Archivi di Stato, di quegli archivi (sono 155 in tutto) che svolgono funzioni fondamentali per la tutela e la trasmissione della nostra memoria storica. In quei documenti è racchiusa la storia degli antichi comuni, delle Repubbliche e degli Stati preunitari, ma anche quella di innumerevoli istituzioni ed enti pubblici, religiosi e privati, di famiglie e di illustri personaggi, degli organi centrali e periferici dello Stato italiano. Non esiste una identità nazionale senza una memoria che la alimenti e non esiste una memoria nazionale senza gli archivi in cui si è sedimentata e consolidata. Questo è il meccanismo virtuoso che i tagli del governo mettono in crisi: le varie Finanziarie colpiscono la possibilità stessa degli Archivi di poter continuare a operare, di funzionare pagando la luce, il telefono, il riscaldamento, di sopravvivere insomma. Si vuole forse privatizzare anche la memoria? Mah, l'impressione è che questa condanna a morte sia stata emessa per far espiare agli Archivi una colpa che il governo giudica gravissima: non guadagnare nulla dalle carte che conservano.