NAPOLI La scoperta è di ieri mattina, ma l'ennesimo cedimento non sarebbe recente. Ieri i custodi di Pompei hanno segnalato il crollo di una piccola porzione di muro non affrescato in una domus di via Nola, nella regio V, quella ubicata nell'area nord est della città antica. In serata la precisazione del soprintendente Massimo Osanna che, facendo riferimento ai risultati delle prime analisi archeologiche, ha detto: «Il crollo non è avvenuto sicuramente nella notte tra mercoledì e giovedì». Non è recente, ha sottolineato, neanche lo sfregio dell'affresco della Domus di Nettuno scoperto tardivamente il 12 marzo. Episodi che hanno provocato clamore e che riaccendono, in ogni caso, i riflettori su Pompei e sulla criticità delle condizioni in cui versa il sito archeologico. Difficoltà e ritardi Il Grande Progetto 105 milioni per interventi di restauro avanza con almeno un anno di ritardo e questo suscita qualche apprensione, perché i fondi europei devono essere spesi entro dicembre 2015. L'unico intervento praticamente ultimato, ad oggi, è il restauro della casa del criptoportico. Lavoro aggiudicato alla Perillo Costruzioni, l'impresa che ha vinto altri due appalti nell'ambito del grande Progetto, con un ribasso del 56. Non tutte le operazioni eseguite per riportare l'antica domus agli splendori del passato, lamentano alcuni esperti architetti e restauratori, sarebbero filologicamente impeccabili. Di qui perplessità e proteste. Immotivate, a detta della soprintendenza, secondo la quale è stato rispettato integralmente tutto quanto previsto dal capitolato di appalto. L'Osservatorio Sul Grande Progetto interviene, intanto, l'architetto Antonio Irlando, profondo conoscitore della realtà di Pompei e delle sue problematiche. «Bisognerebbe dice che almeno una parte dei fondi europei stanziati per gli interventi straordinari fosse riconvertita alla realizzazione di una infrastruttura che possa garantire la manutenzione ordinaria». Sottolinea: «Se si destina il 10 dei 105 milioni per creare tecnici, operai, manovali, mosaicisti, restauratori, questi possono far diventare durature nel tempo le attività di ordinaria manutenzione. Senza le quali, si rischia di sperperare ancora una volta il denaro, come già in passato». Ricorda infatti Irlando: «Non è certo la prima volta che sugli scavi pompeiani piovono fondi. Por Pon ed altri canali si sono già spesi decine di milioni e per la modalità di impiego del finanziamento l'Italia ha subito una censura dall'Unione europea. Gli ispettori scrissero che non si era rispettato l'obiettivo di tenere le domus aperte al pubblico. Alcune di esse, restaurate anni fa, versano di nuovo in pessime condizioni: mosaici pieni di muschio ed umidità, mura scrostate, problemi. Penso, per esempio, alla casa di Cecilio Giocondo». La vera sfida di Pompei è, dunque, la manutenzione ordinaria. Nel sito lavorano attualmente 11 archeologi e non più di 4 restauratori. I custodi, complessivamente 160, sono circa 20 per turno. Pochi, secondo Irlando. «L'ultimo mosaicista ricorda è andato in pensione 13 anni fa. Da un ventennio si procede per esternalizzazioni: 4 o 5 crolli, un paio di furti, i riflettori della stampa e parte l'appalto. Se ci fosse una squadra sufficiente di tecnici che si occupasse ogni giorno di Pompei, come se fosse un cantiere aperto, curando piccoli interventi ordinari, si risparmierebbero soldi e figuracce». Il soprintendente Non ne sono mancate, negli ultimi anni. Urge invertire la rotta. Positivo, in tal senso, il programma di riaperture, per Pasqua, di una serie di domus chiuse da tempo e situate tra Porta Marina ed il tempio di Apollo. Tra queste, quelle del rilievo di Telefo e quella di Marco Lucrezio Frontone. La prima appartenne a M. Nonio Balbus, fu costruita in età augustea e restaurata dopo il terremoto del 62. «La seconda, sottolinea il soprintendente Osanna, «è un vero gioiello. Una casa chiusa da tempo e molto delicata, per la quale bisognerà forse pensare a visite su prenotazione o contingentate».