A Ferrara ricompaiono le figure del Salone dei Mesi, dipinte a secco e svanite negli anni per la fragilità dei pigmenti. Nel 1469 Borso d'Este, il committente, chiese che la tecnica rapida usata per le tavole venisse alternata agli affreschi: voleva che le sale di Palazzo Schifanoia fossero perfette per la sua nomina a duca. Oggi, però, molte le figure sono ridotte a fantasmi di colore. A rivelarne i tratti, indagini scientifiche dell'Università di Bergamo. Galeotta, si narra, fu la voglia di tagliare il nastro. Allora le elezioni non c'erano, si viaggiava a suon di nomine, e Borso d'Este macinava ambizioni. Nel 1469 era marchese, puntava a diventare duca di Ferrara. Un obiettivo vicino, vicinissimo, che una volta nell'aria il nobile ritenne dovesse essere festeggiato con i giusti sfarzi a Palazzo Schifanoia, tesoro di famiglia. Le sale, però, non erano ancora il monumento alla casata che lui, gran mecenate, immaginava. Andavano a rilento i maestri dell'Officina Ferrarese. Quindi, l'ordine di un'accelerata. Oggi molti imputano proprio alla decisione di veder concluso rapidamente il (poi, celeberrimo) Salone dei Mesi l'alternanza fra tecniche classiche d'affresco e pittura a secco. Quest'ultima anomala per le mura, dato che è tipica delle tavole, ma certamente più rapida. Il risultato fu grandioso: il salone è fra i capolavori rinascimentali. Il marchese, però, non se lo godette. Borso d'Este morì nel 1471, appena ottenuto il titolo. E nemmeno noi, oggi, sappiamo tutto del ciclo commissionato: la pittura a secco, veloce ma fragile, negli anni si è sgretolata, portando con sé simboli, iscrizioni, colori. Le figure sono diventate fantasmi, tracce mai ricostruite. Fino a ora. Perché il Comune di Ferrara, che a palazzo ha portato la sede dei Musei civici, ha deciso di avviare un restauro e guardare meglio dentro ai propri tesori, letteralmente. Avviata una campagna di indagini scientifiche, in campo è scesa l'Università di Bergamo che, con il Centro d'arti visive, è un'autorità internazionale nel settore. L'accordo durerà 5 anni, il Cav svolgerà i test gratuitamente per l'ente ma raccogliendo informazioni preziosissime, arricchendo un database che già oggi conta mezzo milione di documenti, fra schede e immagini ottenute dall'esame di oltre 5 mila opere d'arte, fra dipinti, manoscritti, sculture. Le prime indagini ferraresi, condotte nelle scorse settimane da Giovanni Carlo Federico Villa, direttore del Centro, e Gianluca Poldi, fisico che per il Cav si occupa di tecniche d'avanguardia e non invasive, sono pane per curiosi e scienziati. Nelle crepe del mese di febbraio, illuminato con le riflettografie a infrarosso, sono ad esempio ricomparsi i pesci del segno zodiacale, «che si intuivano ma mai erano stati rilevati in questo modo unico spiega Giovanni Sassu, che dei musei civici è il conservatore . Poi, sono emerse alcune iscrizioni, non in latino: vanno ora decifrate». Ma i test fotografici, condotti da Villa e Poldi anche in notturna per favorire i raggi Uv, sono solo l'inizio. Le analisi spettroscopiche puntano anche al riconoscimento dei pigmenti. «Gli esami dell'Università, che ringraziamo, sono appena cominciati e già hanno evidenziato aspetti sconosciuti o solo ipotizzati degli affreschi e dei dipinti a secco prosegue Sassu . L'obiettivo? Miriamo a chiarire definitivamente la genesi tecnica delle decorazioni e, se possibile, ricostruirle graficamente e fotograficamente». Perché il Salone è un affascinante mistero: si incrociano simboli astronomici, storici, il volto del committente che si è fatto ritrarre tre volte per ogni singolo mese. La campagna preliminare di test è durata meno di una settimana ma la mole di informazioni è già enorme: sono stati identificati, grazie alla composizione chimica, molti pigmenti impiegati e, sulle pareti dipinte a tempera, «si è colto ciò che l'occhio umano fatica a vedere, come le ambientazioni cittadine delle scene attorno al camino. In generale conclude il conservatore si riuscirà a chiarire quali parti fossero dipinte a secco, i motivi delle alterazioni e delle perdite del colore., fino a congetturare quale aspetto avessero le parti perdute». Quelle che Borso d'Este fece completare nei tempi stabiliti. Ma che oggi diventano fili da riannodare e fantasmi da catturare.