Non solo la pioggia, ora anche i ladri tornano ad infierire sul grande cadavere di Pompei. Prima di parlare delle enormi responsabilità del Ministero per i Beni culturali, sostiamo un attimo su di loro; sui ladri. C'è qualcosa di mostruoso in chi smembra il patrimonio culturale: non sono solo ladri, sono anche vandali, veri e propri sicari della memoria e della storia. Si è scritto che il taglio dell'affresco della Casa di Nettuno è avvenuto in modo chirurgico: può darsi, ma solo perché il risultato assomiglia ad un corpo a cui siano stati tagliati un braccio o una gamba sani. Sono le stesse mani che hanno spogliato la Reggia di Carditello sezionando gli affreschi figura per figura, le scale gradino per gradino. O quelle che quasi ogni notte violano le chiese di Napoli, distruggendo con il piede di porco monumenti funebri rinascimentali o barocchi per poi portar via, quando ci riescono, qualche frammento. E non dimentichiamoci del gran saccheggio dei Girolamini. Non può esserci nessuna indulgenza verso questi bestiali criminali comuni, che si appoggiano ad una rete commerciale che è spesso troppo contigua a quella ufficialmente pulita, e che poi sfocia nell'ampio, ma oscuro, golfo del collezionismo internazionale, che si presenta come rispettabile, anche se lascia dietro di sé una tale scia di distruzione e rapina. E la legislazione italiana, su questo fronte, è gravemente inadeguata: le sanzioni sono assai blande, e non esiste il reato di disastro culturale, che sarebbe invece il vero strumento per reprimere, accanto al furto, i suoi spesso ancor più tragici effetti collaterali. Ciò detto, non ci sono parole per stigmatizzare l'inadeguatezza della custodia di Pompei. Ancora ieri, il direttore dell'Osservatorio sul Patrimonio culturale, Antonio Irlando ha sottolineato come questo episodio si inserisca in un continuo e incontrastato stillicidio di furti e sottrazioni di pezzi di Pompei. Pochi mesi fa, una troupe di Rai 3 che aveva filmato alcuni turisti che staccavano e intascavano tessere di mosaici è stata accompagnata all'uscita dagli scavi: reprimendosi così non il vandalismo, ma la sua documentazione. Ora che esiste una struttura operativa in grado di spendere i 105 milioni disponibili, il ministro Franceschini deve avere il coraggio di farla lavorare davvero, liberandola dalla selva di intrecci di competenze che rischiano di soffocarla. Il generale Giovanni Nistri e il soprintendente Massimo Osanna hanno tutti gli strumenti per capire cosa serve a Pompei: poi starà al ministro sostenere il loro lavoro, proteggendolo dalle ombre che già si allungano nei corridoi romani del Mibac. Per salvare Pompei da questa morte quotidiana non servono soccorsi internazionali, grida dell'Unesco, investimenti privati. Ora serve 'solò che si torni immediatamente a prestarle la cura quotidiana di cui ha bisogno una città fragile. Forse nella Campania di oggi non c'è una merce più rara, una sfida più difficile.