Nel museo salotto dove osano le arti «I quadri della Pinacoteca fuori dai depositi» Gli ansiosi fuori, grazie. Nel palazzo del dandy che inventò la seta plissé ma detestava le frivolezze di una Venezia tutta cultura e crinoline, il ritratto della contessa Polcenigo si guarda sul divano. Al museo Fortuny passa anche il malumore: «Sì, mi piace pensare così. Ho messo poltrone e sofà in ogni stanza: il pubblico deve accomodarsi e sprofondare tra quadri e tessuti, senza fretta» dice la direttrice Daniela Ferretti. Lunedì l'architetto bresciano, a Venezia da «saranno 40 anni», ha tenuto una lezione agli allievi dell'accademia Santa Giulia. La nuova Brescia Musei guarda a Oriente: lo statuto attinge a quello dei Musei Civici di Venezia. Arriverà un manager. Querelle già in corso: i detrattori, Tomaso Montanari, per citarne uno, dicono che Torino, con una direzione simile, è sparita dai radar della pubblicazione scientifica. «Le do qualche numero, allora: i bilanci della fondazione, dal 2008, quando è arrivato il nostro manager Pier Luigi Pizzi, hanno il segno più davanti. E il 94 per cento dei nostri incassi viene dai biglietti. Certo, palazzo Ducale è una calamita. Ma conta anche il programma espositivo. Quanto agli sponsor, ovvio, si stanno dileguando: bisogna imparare a coinvolgere collezionisti di spicco, o grandi mecenati. L'arrivo in laguna di Pinault, che alla città non costa un centesimo, ha aiutato tutti i musei». Alcuni sono diventati dei bar, quasi. Mancano i fondi e manager o soprintendenti (vedi Brera) affittano sale per eventi. Potremmo citare Jean Clair: l'hiver de la culture . L'arte mercificata. «Bere un cocktail alla Biennale o in un museo non è una blasfemia. Certo, dietro dev'esserci un lavoro serio e indefesso. Poi l'educazione: il rapporto con le scuole è imprescindibile. E liberatevi dai preconcetti: prima di leggere le etichette guardate l'opera. Non accostatevi a un Fontana pensando all'artista. Aprite gli occhi e basta». Dia un consiglio al futuro manager di Brescia Musei. «La grande storia si fa con le piccole storie. Mai disconoscere la propria identità. Brescia è piena di artisti, non dovete lasciarli fuggire. Piuttosto che staccare assegni a diversi zeri per auto costose, i giovani inizino a collezionare opere: l'arte resta, le auto no. Poi, certo, Santa Giulia potrebbe allestire una grande mostra all'anno. Ma niente blockbuster, per carità». A proposito di mostre: ancora manca la data del tributo a Guglielmo Achille Cavellini, di cui ricorre il centenario della nascita. «L'esposizione di Cavellini si deve fare. Punto». Al Corriere, la scorsa settimana, il presidente onorario del Louvre Pierre Rosenberg ha detto che si fanno troppe esposizioni. «Le mostre non sono un esercizio di stile, un vezzo per adulare il proprio ego: non discuto sulla quantità ma sulla qualità. L'arte antica è data per scontata, la studiamo sui libri e pensiamo di conoscerla. Invece svela scoperte continue e chiavi interpretative inattese. Bisogna approfondire, documentarsi. Quanto ai cataloghi, non sono inevitabili: la memoria non resta solo nell'inchiostro. E il contemporaneo non ha bisogno di troppe pubblicazioni. Piuttosto, bisognerebbe accorgersi che esiste». A Brescia il contemporaneo non attacca: Santa Giulia ha fatto una mostra l'anno scorso con i capolavori della collezione Daimler, dopo anni di Monet e Inca. Poco più di 50 mila visitatori. «Barra del timone sempre dritta e lavoro paziente. Insistete, anche quando manca il consenso. L'arte deve affiorare in qualsiasi modo. Bisogna osare. Prima o poi qualcuno capirà. Ma bisogna pure assumersi le proprie responsabilità, ormai non lo fa nessuno: scelte vagliate, discusse, difese fino in fondo, senza tirarsi indietro. Le mostre, al Fortuny, le organizziamo sedendoci alla scrivania con artisti, musicisti, scienziati, esperti di cabala. Gli occhi dell'arte non guardano dritto ma ovunque». Forse il problema è che Brescia non è città d'arte. «Un cliché. Vanta un patrimonio artistico strepitoso. E incompreso. I Raffaello e i Moretto restano in magazzino». La Pinacoteca è ancora chiusa. E i quadri restano in soffitta. «Un peccato. Dovete cambiare mentalità. La collezione, comunque, non dovrebbe restare nei magazzini: i quadri vanno esposti, magari a cicli. Potreste lanciare l'associazione Amici della Pinacoteca: chi aderisce stacca un assegno che contribuisce al restauro. Per dire: al Fortuny dovevamo restaurare due teatrini minuscoli. Abbiamo iniziato a vendere posti virtuali: palchi, poltronissime e piccionaia. Persino il nostro tecnico s'è preso un biglietto da dieci euro: ne abbiamo raccolti 120 mila».