Il direttore Galluzzi: "Costretti a fare debiti in attesa dei soldi". L'Ente Cassa aveva finanziato il riallestimento, ma per il 2013 non ha dato contributi Firenze una capitale della cultura? La vita stentata degli istituti culturali fiorentini "di eccellenza" sembra dire il contrario. Dopo l'allarme dell'Istituto nazionale di studi sul Rinascimento, gravato da tagli degli sponsor privati, ecco quello dell'Istituto e museo nazionale di storia della scienza. Sede nel medievale Palazzo Castellani, in piazza dè Giudici, scrigno unico al mondo di strumenti scientifici dal Rinascimento all'Ottocento (fra i tanti, i cannocchiali appartenuti a Galileo), con preziosi pezzi provenienti dalle collezioni medicee, e che all'offerta museale e a una instancabile attività di divulgazione a tutti i livelli, unisce il prestigioso ruolo internazionale dell'Istituto scientifico di ricerca, frequentato da studiosi di ogni paese, con biblioteca specializzata in storia della scienza ricca di 150 mila opere, di cui 5 mila appartenenti a fondi antichi, un archivio della corrispondenza degli scienziati, la mediateca, e un'intensa attività editoriale, con pubblicazioni di opere e due riviste imprescindibili per gli studi in questo settore come Nuncius e Galilaeana. Un insieme appena collocato, in una graduatoria mondiale dei siti di scienza, al secondo posto fra tutte le destinazioni "da vedere prima di morire", dopo l'osservatorio di Palomar e prima delle autore boreali. C'è bisogno d'altro, per presentarsi? Almeno in Italia sì, se, come racconta il direttore Paolo Galluzzi, l'Imss lotta "non dico per funzionare meglio, ma per non chiudere". Principale accusato, il Miur, ovvero lo Stato italiano, "che non paga". Vale a dire? "Il contributo indicato nella tabella ministeriale del 2013, indispensabile al nostro puro e semplice funzionamento, dagli stipendi alle bollette, e a cui il Miur è tenuto per legge, non è mai arrivato". Ci sono, poi, certo, le tantissime attività (progetti, ricerche, iniziative, ecc.), ugualmente indispensabili per l'attività istituzionale dell'Imss, che vanno avanti "grazie a fondi trovati per conto nostro", anche lì sempre più a fatica, "perché la crisi ha tagliato i budget aziendali destinati alla cultura". Perfino l'Ente Cassa di Risparmio, che, con 2 milioni e mezzo, fra il 200910, ha garantito riallestimento e riapertura del Museo, "per il 2013 non ci ha dato niente". Ma se sulla generosità privata più di tanto non si può sindacare, che dire dei mancati impegni pubblici? "Ho dovuto tenere aperto facendo debiti con le banche" spiega Galluzzi, "ormai è la regola, i contributi arrivano sempre a fine esercizio e noi siamo costretti a andare avanti con gli anticipi, per il solo 2013 1 milione e 600 mila euro, che vuol dire circa 5060 mila euro l'anno di interessi, una spirale debitoria a cui difficilmente si può stare dietro". E il risultato, prima o poi, potrebbe essere catastrofico: "Se per una qualunque ragione i contributi ci fossero ridotti, o azzerati, non ci resterebbe che portare i libri in tribunale". Agli occhi del mondo, un'assurdità totale: "Già oggi" dice Galuzzi, "i miei colleghi stranieri stentano a credere a quel che racconto". Fortuna che, a parte i privati, per le iniziative extra ci sono i progetti europei, e c'è la Regione, "uno degli enti più sensibili". Non è detto, però, che il buon cuore, in questo campo, sia la procedura più corretta. Galluzzi pone una questione di metodo: "Che cosa si intende per cultura in questo paese? Qualcuno vuole rispondere?". In altri termini: è mai possibile che "in un'epoca in cui i pochi soldi che abbiamo sono sempre meno disponibili per le cosiddette 'attività culturali'", considerare tali, allo stesso titolo, "sia gli spettacoli di burattini che la ricerca filologica?". Possibile, insomma, "che non sia rintracciabile da nessuna parte un ragionamento su come spenderli, su cosa sia opportuno, e anzi necessario, tenere decorosamente in vita, e cosa no?". Che non si possa più finanziare tutto è ormai evidente, ma appunto, insiste il direttore dell'Imss: "Invece di foraggiare un numero infinito di realtà culturali tenendole più o meno tutte in uno stato di pura sopravvivenza, non sarebbe meglio selezionare le migliori, quelle che funzionano, hanno visitatori e utenti, erogano servizi indispensabili, svolgono un'attività pubblica, hanno massa critica, e insomma caratterizzano davvero il panorama culturale e italiano, e puntarci sul serio?". Cioè, "invece di ridurre in atomi le già scarse risorse, impostare un masterplan delle priorità". E questo è il punto: "Avendo il coraggio di dire dei no". La posta in gioco, ormai, dice Galluzzi, è "la vita stessa di ciò che conta davvero", perché è "un bene di tutti".